{"id":3337,"date":"2019-01-15T20:06:42","date_gmt":"2019-01-15T19:06:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mynirvana.it\/ilcircodelleparole\/?p=3337"},"modified":"2019-06-21T15:24:11","modified_gmt":"2019-06-21T14:24:11","slug":"allenare","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.mynirvana.it\/ilcircodelleparole\/index.php\/2019\/01\/15\/allenare\/","title":{"rendered":"Allenare"},"content":{"rendered":"<div style=\"width: 280px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.mynirvana.it\/ilcircodelleparole\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/img_4260.jpg\" class=\"size-medium\" width=\"270\" height=\"360\"><p class=\"wp-caption-text\">Stazione di San Miniato, Fucecchio<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify\">Il treno si era disteso al binario della piccola stazione proprio mentre un raggio di sole andava sbucando, abbassandosi, dietro i grossi cespugli li di fronte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vecchie imposte di legno sulle quali campeggiava una scritta rossa, risanata di recente ma proveniente da qualche decennio indietro, da decenni in cui il paese, ma intendo l\u2019Italia, andava ad una velocit\u00e0 differente, ad un ritmo lento ed attento per capirci meglio.<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>L\u00ec l\u2019aroma del caff\u00e8 pareva pi\u00f9 sincero e nelle tazzine di porcellana il naso infreddolito trovava un rifugio gustoso dopo aver vibrato davanti alla meraviglia dei dolci di riso che il vecchio pasticcere aveva appena sfornato<\/strong>. Il naso gli era sembrato si fosse scosso cos\u00ec come vibrano i baffi di un gatto curioso che annusa guardingo. Gli era sembrato tutto migliore e vivibile, gli era sembrato perfino divertente poter leggere un giornale seduto al tavolo del bar, circondato da vetrine di legno, senza nessuno in coda per ordinare, leggere. Gli era sembrato bello e non invadente anche il saluto familiare della signora del bar, quella col sorriso largo ed i denti macchiati dal rossetto chiss\u00e0 perch\u00e9, chiss\u00e0 come. Allora aveva preso ad immaginarsi di migrare verso una provincia, oppure di viaggiare di pi\u00f9 andando a cercare tutti posti di questo genere, tutte realt\u00e0 cos\u00ec storiche, cos\u00ec medievali, cos\u00ec silenziose.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Aveva pensato di accettare, che si potesse fare, e cos\u00ec fece, lasci\u00f2 l&#8217;altro lavoro<\/strong>. Poi l\u2019aveva assalito un\u2019inquietudine che bene conosceva, un franare di terra sotto i piedi, un non saper stare, un moto interno di rivoluzione che aveva anche rivisto in quella ragazzetta vestita di nero e truccata pi\u00f9 scuro che si atteggiava a moderna punk per contestare chiss\u00e0 quale provincialismo quotidiano che sentiva l&#8217;andava opprimendo. Fra il freddo e l\u2019umido di quel pomeriggio s\u2019era risvegliato l\u2019odore della sua crema dopobarba ed annusandola da s\u00e9 si era rivisto davanti allo specchio intento nelle smorfie di suo padre impegnato a stendere la pelle a favore del rasoio. Aveva perso almeno mezzora lasciando passare qualsiasi treno, ficcando lo sguardo nella ragazza al binario 1, immaginando come e perch\u00e9, le discussioni in casa, i conflitti di generazione, le frustrazioni di una adolescenza composta di qualche privazione necessaria per la gestione familiare, delle delusioni a prescindere, dei discorsi metafisici per capire senza ammetterlo cosa potesse essere davvero l&#8217;amore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Intanto passavano i treni e passava il tempo e lui <strong>non aveva ancora sentito dentro quella sensazione chiara di voler tornare a casa.<\/strong> Si trattava solo di scegliere il momento migliore perch\u00e9 lui infine voleva e doveva tornare a casa. Svuotato, con lo stomaco annodato, ingoiava saliva come avesse un peso, come se dentro un subbuglio lo governasse, <strong>come se il risultato di tutte quelle battaglie, di quel rumore, delle serate sveglio a fumare, della pizza fredda, dei surgelati cotti ancora freddi di frigo, dei sigari fatti a a mano se va bene e delle tante sigarette se va male, fosse tutto li in quell&#8217;attesa al binario di provincia, tornando a casa, nell&#8217;ottuso silenzio generale.<\/strong> Tutta una stagione e dire e fare, gridare, consigliare, scrivere, appuntare, sperare, soffrire, mangiare male: tutta una stagione racchiusa ora in quel senso di vuoto finale, scorrelato perfino dal risultato generale: svuotato a prescindere come dopo ogni finale di stagione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Ogni estate era cos\u00ec, se arrivava a maggio era stanco da non poterne pi\u00f9, da odiarli tutti, se non ci arrivava era invece un problema perch\u00e9 la stagione si era chiusa male<\/strong> e quindi quei 3 o 4 mesi diventavano la dilaniante attesa di una chiamata che sarebbe stata ancora pi\u00f9 dura ad arrivare rispetto alle altre ottime annate. Un contratto di pi\u00f9 anni era stata una chimera perch\u00e9 lo sport \u00e8 cos\u00ec, legato ai risultati e perch\u00e9 la pallacanestro in Italia \u00e8 tutta nella provincia piccola e genuina, nei centri piccoli, nelle medie economie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La scelta di anni prima era stata sentita ma pericolosa perch\u00e9 lasciare un lavoro sicuro per fare l&#8217;allenatore era sembrato a tutti una follia<\/strong>. Io per\u00f2 lo avevo visto sempre cos\u00ec chiaro: per molti anni mi sono chiesto se poi esistesse davvero o meno fuori dal campo da gioco, se fuori da quel rettangolo colorato occupasse uno spazio, del tempo, se vivesse sul serio o se come aveva detto lui sopravviveva in attesa contando le ore di intervallo fra una partita e l&#8217;altra, fra un allenamento e l&#8217;altro. Era stata una follia, \u00e8 vero, ma del resto lui allenava pure quando non lo faceva, anche nell&#8217;altro lavoro: un modo di dire, una citazione, due sue massime, un discorso motivazionale, un ricordo, un consiglio e qualche lite: alla fine ognuno per rabbia o per amore si ritrovava costretto a fare bene. Alcuni di noi lo odiavano cos\u00ec tanto da dovergli mostrare che erano migliori di come lui aveva inteso e cos\u00ec si ritrovavano poi ad odiarlo per averli costretti come voleva a fare bene, meglio di prima. Aveva ragione, spesso: tutto qui.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Aveva avuto tante famiglie e molti figli: ogni anno, ogni stagione ed ogni stagione l&#8217;arcobaleno dei colori delle sue tute via via accumulate gelosamente sonnecchiava in un armadio in casa sua<\/strong>. Tutto sommato pareva da solo ma non c&#8217;era giorno che non ricevesse una chiamata oppure un messaggio da qualcuno dei suoi giocatori, di oggi o di allora, di notte o fosse di giorno: costruiva persone, poi giocatori, rapporti, prima ancora.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il rapporto con le societ\u00e0 invece durava sempre poco di pi\u00f9 di quanto avrebbe dovuto finendo per deludere entrambe le parti, finendo per irrigidire, rovinare, degradare. Tornava a casa per cominciare ad aspettare una nuova chiamata, una nuova avventura che avrebbe poi comunque maledetto come ogni volta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Quando ho visto la sua foto, la foto qui sopra, scattata dalla stazione dalla quale era partito ho immaginato tutto quello che hai letto.<\/strong> Quella foto mostrata per cercare di capire, per cercare una indicazione di quelle ore, dell&#8217;incidente di poco dopo. Di quel giorno, invece, nessuno sa niente: n\u00e9 chi abbia sbagliato, n\u00e9 chi venisse da dove n\u00e9 tanto meno di preciso che ora fosse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Io invece una cosa la so, so che mi avrebbe sgridato, che mi avrebbe detto che me ne ero <em>&#8220;rimasto li a girare a vuoto tutto il giorno come la merda nei tubi&#8221;<\/em> o qualcos&#8217;altro scelto fra le sue uscite volutamente troppo colorite dette per irretire, per canzonare e scuotere. Io non ho chiamato n\u00e9 ho scritto n\u00e9 tantomeno sono andato a trovarlo li al campo. Io non ho fatto n\u00e9 detto, non ho mantenuto l&#8217;iniziativa ed ho &#8220;<em>disonorato me ed i miei compagni<\/em>&#8220;, io adesso non posso recuperare perch\u00e9 &#8220;<em>io la macchina del tempo non ce l&#8217;ho ancora! Per cui adesso, ragazzo mio, indietro non ci possiamo tornare<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>&#8220;Ragazzo mio&#8221;<\/em>. Quante volte mi avr\u00e0 chiamato cos\u00ec?<\/strong> Tante finch\u00e9 non eravamo stati tutti convinti di essere davvero suoi, figli o meno, finch\u00e9 il tempo che passavamo insieme ogni settimana non aveva finito per confondere i veri legami affettivi mistificandoli. Anche oggi li fuori eravamo tutti suoi figli e qualcuno avrebbe voluto esserlo sempre stato visto il casino dal quale scappava a casa, visto il rifugio di quelle regole disegnate su una lavagnetta che pareva contenere solo le risposte: &#8220;<em>solo io e voi, il resto \u00e8 fuori da queste linee disegnate per terra, il resto \u00e8 lontano, questa \u00e8 casa nostra&#8221;<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Io non ho avuto coraggio, non fosse altro perch\u00e9 in fondo temevo poi si rialzasse e potesse sgridarmi ancora una volta o forse proprio perch\u00e9 temevo di poter comprendere che non sarebbe mai pi\u00f9 successo mentre quella scena era la sola che avrei voluto.<\/strong> Io non ho avuto coraggio di correre li come gli altri, di cercare di capire, di guadarlo sdraiato a terra, riverso: io non lo avevo mai visto nemmeno in ginocchio, figuriamoci ora, sdraiato e sconfitto del tutto&#8230; <strong>Io ho avuto paura, ecco la verit\u00e0,<\/strong> per un sacco di tempo, un sacco di volte, e me ne accorgo anche ora guardandomi allo specchio mentre di l\u00e0 mi aspetta mio figlio e mi chieder\u00e0 chi e cosa fosse lui per me. Aveva ragione lui, io avevo paura e si vedeva dagli occhi. La paura mi si vede negli occhi lucidi, nelle parole che sto appuntando per scrivere poi, per calmarmi un po&#8217; stanotte quando finalmente la giornata sar\u00e0 finita, chiusa, da incasellare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una paura che troppe volte mi ha paralizzato e che solo ora sto imparando a gestire: <em>&#8220;mai colpi in canna&#8221;<\/em>, ecco cosa mi sarei dovuto ricordare, ecco cosa, seppure in fine, mi ha insegnato andando via.<br \/>\nE&#8217; troppo tardi, lo so da me: non ho la macchina del tempo, non posso tornare indietro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ciao Coach.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il treno si era disteso al binario della piccola stazione proprio mentre un raggio di sole andava sbucando, abbassandosi, dietro i grossi cespugli li di fronte. 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