Si muore da soli

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Una frase triste che però spero faccia riflettere. Più che mai questo mestiere condanna ad una orrenda verità troppo taciuta, condanna ad essere soli:
se si vince i giocatori sono stati bravi, se invece si perde è il coach ad aver sbagliato oppure il coach che avrebbe dovuto fare di meglio.

Già, ad ogni categoria, con la scusa degli obiettivi stagionali, valutati guardando dei numeri senza però conoscere o voler riconoscere i motivi che li hanno portati.
Le società si prefiggono obiettivi ma non si chiedono mai come questi si sono raggiunti o come e perché non si sono raggiunti.

Oltreoceano dicono hired to be fired: assunti per essere licenziati, e forse almeno su questo hanno ragione più di noi; si assume un coach e lo si usa a mo’ di tirassegno.

Mi hanno affidato una squadra giovanile col compito di far crescere i ragazzi, veicolarli e da subito integrarli nella prima squadra: parliamo di provincia, di un campo disponibile 3 volte a settimana, inclusa partita, per non più di 1 ora e 15 minuti, in barba ai corsi Fip dove i filosofi allenatori impongono piani da 2 ore a seduta.
Parliamo di campionati regionali, va da se che chi si occupa di pallacanestro sappia che parliamo di passione, di sforzi economici e personali, dopolavoristi senior e giovani con genitori saccenti, di coach impegnati in esercizi di psicologia, servizio taxi ed in ultimo ad allenare.

Bene, è settembre e si parte! Abbiamo cominciato alla grande: questo è successo o meglio, se permettere: questo abbiamo saputo far succedere.
Poi qualcosa si è inceppato ed ovviamente è stato mio compito capire cosa e perché nonostante da subito fosse apparso chiaro che il problema non fosse  tecnico né tattico ma evidentemente mentale, morale: i ragazzi non mettevano in campo quanto detto, quanto predicato in allenamento. troppe iniziative personali, troppe azioni brevi.

Il gruppo è composto da 22 persone (sono tali con loro sfumature di caratteri, problemi ecc) ed è difficile lavorare anche avendo un fido assistente: difficile in una seduta tenerli in movimento, difficile per il rumore dei palleggi gestire la seduta, difficile gestire tutti, le chiacchiere, le correzioni, i ritmi atletici e fisiologici: non possiamo lavorare solo a tutto campo, solo a mezzo campo, solo 5 contro 5 o 1c1 per evidenti motivi di pause, coinvolgimento.

Il gruppo è inoltre eterogeneo, c’è chi è alto, chi è basso, chi esperto, chi no: eppure siamo a febbraio, a metà classifica, ed ho perso solo 2 persone.
Eppure infuria la polemica: 1 giocatore non pagava la quota per cui è stato gentilmente allontanato dalla società senza discutere: in questo caso la parte lesa erano loro quindi amen, nessun processo, si taglia, la colpa è “del giocatore”.
Il secondo invece lo abbiamo perso perché, pur essendo convocato a tutte le partite, pur essendo sempre entrato in campo, a volte anche nel quintetto iniziale, riteneva di giocare nel ruolo sbagliato e per un minutaggio non adeguato (preciso che non giocava mai meno di 5′-7′ a gara). Paradossale vero? Eppure sono stato chiamato dalla società a giustificare i fatti. I fatti di che, cosa? Questo se ne è andato nel mezzo di una partita non avendo gradito una sostituzione, di cosa dobbiamo parlare oltre ai dati sopra detti?

Ecco, potremmo già trarre alcune conclusioni: chi si occupa DAVVERO di basket, a questi livelli, sa cosa fin qui ho dovuto pensare organizzare, sostenere, gestire. La filosofia, i gruppi da 14 persone e 5 allenamenti a settimana lasciamoli da parte, sono altre “cose” che intellettualmente non vanno mescolate alle mie più povere ma forse più veraci.
E’ chiaro che potendo lavorare con un gruppo di buoni giocatori, non troppo numeroso, 5 volte a settimana essendo pagato per tutto questo, i risultati sarebbero migliori, ma questo è banale, davvero troppo e non voglio sprecare tempo a parlarne.

Più nel tecnico poso dirvi che siamo partiti bene, giocando un criticato schema (perché ed a che titolo nessuno lo saprà mai) che adotto anche nella prima squadra.
Il motivo è semplice: dotare i giocatori di un set di soluzioni predeterminate con le quali affrontare il gioco d’attacco, fare in modo che arrivando a giocare, da subito, con la prima squadra (lo ricordo, uno degli obiettivi prefissati), non debbano ricordare troppi movimenti a memoria ma che siano integrati in un sistema di gioco (offensivo e difensivo), omogeneo.
Dopo un ottimo avvio di stagione (fra amichevoli e campionato) coinciso con vittorie (questo va sottolineato non è scontato visto che un progresso non sempre coincide con le vittorie!), sono arrivate le lagne di chi ha giocato meno, sono arrivati i consigli dei grandi filosofi, di chi si è sentito in diritto di ergersi ad insegnante.
Ho risposto che nel mio programma, per i mesi a venire, c’era  una linea chiara da tenere: dopo un gioco fatto di movimenti determinati e ruoli, di giocatori quindi più imbrigliati, avrei lavorato su un sistema di gioco fatto di letture, di passaggi e tagli, di penetrazioni e scarico, un sistema quindi volto all’autonomia del giocatore ed alla collaborazione (2 dei 5 postulati della pallacanestro moderna insegnata dalla FIP).
Va notato che che nessuno mi avesse mai chiesto un programma e che questo fatto la dica lunga su chi sa programmare e chi no visto che io ne avevo comunque preparato uno dopo aver preso in mano la squadra mentre la società non ne aveva richiesto uno.

Ho lavorato quindi 2 mesi e mezzo su questo gioco ed ho visto i ragazzi crescere, imparare, guardare il canestro, avversari e compagni: li ho visti imparare a scegliere.
Da settembre quindi un ulteriore progresso: attenzione, stavolta un progresso non coinciso con i risultati in campo, ma si sa, va fatta una scelta: miriamo al risultato immediato od alla crescita dei giocatori? Molti, in assenza di un campionato giovanile del prossimo anno (la società non è certa di iscriversi alla U20) dovranno giocare in prima squadra; era questo l’obiettivo iniziale, ricordate?
Ecco perché ho lavorato e sto lavorando in questo modo.

Ma ho visto musi lunghi, liti, genitori che parlottano, che si lagnano, guarda il caso, se il figlio non gioca.
Vengo richiamato dal presidente, si parla, ci si confronta. Ci si capisce? Direi di no, ed eccoci infatti ad oggi o meglio a ieri.

Ascoltate le prima lamentele ho calato la percentuale del “lavoro in prospettiva” e guardato, seppure non del tutto d’accordo, all’immediato.
Più giochi predeterminati quindi e meno letture: siamo tornati a vincere, ad avere armonia di gioco (non del tutto però), poi siamo tornati a perdere. Capita, non si vorrebbe ma capita: abbiamo perso anche un paio di partite che ci si aspettava (loro, non noi squadra) potessimo vincere: a che titolo c’era questa aspettativa e soprattutto con quale competenza, con quella del tifoso?

Un genitore ieri sera mi insultato e spintonato perché il figlio ha fatto panchina, per la prima volta in stagione, per 40′, e capirete che non può essere trattato così. Capirete inoltre che il figlio è fortissimo ed io un matto che ama perdere tenendo i migliori seduti.
Nessuno è intervenuto e come al solito mi sono preso tutto da solo, solo che stavolta erano spinte, insulti e referto giallo. Prendessi anche da solo gli applausi quando ci sono, ed invece no, quelli vanno ai giocatori.
Nessuno infatti ricorda i referti color rosa né la crescita, nessuno ricorda le cene organizzate per far gruppo con i ragazzi, le amichevoli accordate e mancate causa giocatori svogliati, le ferie spese per allenamenti e partite, i passaggi dati ai giocatori in supplenza dei genitori impegnati al lavoro.

D’un tratto, si muore da soli, ecco perché il titolo. Nessuno sa il tempo rubato alla mia famiglia, a mia moglie che tanto sopporta i miei sfoghi ed i miei sbalzi di umore, che tanto mi sostiene; nessuno ricorda, nessuno capisce.
Solo musi lunghi, alcuni arrabbiati.
Nessuno si rende conto che abbiamo perso per due soli punti, uno massimo due episodi, un tiro sbagliato, una infrazione di passi.
Nessuno sa che dopo la sconfitta il giocatore che ha perso la palla decisiva stava piangendo negli spogliatoi, nessuno sa che rientrando per prendere una sigaretta invece che il sigaro toscano che fumo ad ogni vittoria, l’ho abbracciato in silenzio, dicendogli solo che ero orgoglioso di lui.
Nessuno pare aver visto che i ragazzi in tutto questo parapiglia emotivo, da settembre ad oggi, sono rimasti uniti fregandosene dei loro stessi genitori.

Nessuno sa che anche ieri mi hanno abbracciato e che qualcuno ha perfino chiesto scusa per i propri errori o che hanno cercato di sostenermi.
Oggi c’è la critica, l’analisi di una stagione, come se fosse finita. Oggi c’è l’esame, il muso lungo.
Nessuno sa i ragionamenti fatti per un singolo cambio, per una convocazione, i dubbi sulla gestione, sulla motivazione, nessuno sa che ceno alle 24, tornando a casa in metro, nessuno sa che i piani allenamento sono fatti sul treno, rinunciando al sonno e che son sempre fatti bene: nessuno sa che agli allenamenti predico bene ed ottengo buon gioco, che il gioco però viene tradito nelle partite per un fatto di pressione psicologica, di clima negativo instaurato proprio, non per discolparmi, da chi oggi accusa senza sapere.
Nessuno sa dei messaggi che mi mandano i giocatori ogni giorno, dei loro sorrisi e delle nostra battute, delle motivazioni, di quei momenti dei discorsi pre partita, dei loro occhi così attenti e della mia responsabilità ad esserci sempre, per loro, dentro e fuori dal campo, oggi nessuno sa nulla. Ieri abbiamo perso, di due punti, ma nessuno sa nulla, nemmeno il punteggio. Per loro abbiamo solo perso.

Che farò ora?
Venerdì andrò in campo analizzando situazioni tecnico tattiche che abbiamo sbagliato e ci alleneremo su questo.
Sembra banale vero? Questo è il mio mestiere però, questo posso e devo fare tralasciando polemiche e soprattutto maleducazioni.
E non intendo di certo riversare su un ragazzo la violenza di un padre che non denuncio, per ora, per evitare appunto che ne possa risentire il figlio.
Semplicemente, come sempre lo convocherò se riterrò il caso, lo metterò in campo se lo riterrò opportuno.

Io lavorerò sul campo ed abbraccerò ancora i miei giocatori: dopo un canestro decisivo sbagliato, dopo un canestro decisivo segnato, sempre e comunque cercando di fare del mio meglio, rivedendo quanto pianificato alla luce dei fatti reali e non  alla luce di obiettivi fintamente fissati e mal perseguiti, non alla luce di una lamentela e tanto meno per una minaccia verbale o fisica.
Non temo nessuno a parte me stesso: non saprei infatti perdonarmi di aver agito contro logica, contro un ragazzo, contro quella che è la mia linea morale. A me stesso non lo perdonerei; questa è la mia unica direzione da tenere seppure con umiltà visto che sono stato aperto a confronti, spiegazioni e che ho rivisto quanto deciso per cercare, pur tenendo saldo il progetto lavorativo, di soddisfare tutti gli attori del sistema squadra.

Sono amareggiato, deluso ed arrabbiato: con la società ed i genitori per quanto detto, per il loro essere ciechi, con i ragazzi per il loro sprecare occasioni, talento, tempo.
Ma so che seppure non ora, non in questa serie di partite, ricorderanno quanto fatto, quanto ci siamo detti.
So che cresceranno cestisticamente ed umanamente.
Questo posso dirvi, “senza tema ne dubbio”

Coach Massimo Soldini

 

 

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