Blunotte

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strada notte

Al centro del viale di alberi stempiati le ruote alzavano nuvole d’acqua sporca e spruzzi dalle pozzanghere. “Desiderio” ed “incantesimo” erano le uniche due parole che riusciva a focalizzare mentre sentiva il calore della sigaretta sulle falangi. C’erano notti in cui le sigarette non bastavano mai oppure non erano lunghe abbastanza da sentirne l’effetto calmante, da poter finire il pensiero iniziato.

Aveva sbagliato due volte strada finendo per dover pagare inutilmente l’autostrada che l’aveva portato laggiù, dopo un giorno speso a sentirsi olio nell’acqua.

Al piccolo chiosco avevano parlano di niente e di nessuno, mescolandosi alla prima pioggia della sera, tracannando birre fredde da intorpidire le mani. Lontano era l’unico pensiero: un viaggio, ancora uno, un viaggio che riconoscevano come inutile e vuoto, come un accanimento terapeutico per un’insoddisfazione che non avevano mai saputo guarire.

Fumando sigarette sulla piccola porta guardavano fuori, rifugiati come dalla piogge del monsone di cui avevano parlato poco prima., prima di decidere di entrare, mentre si ostinavano a cercare la posizione più giusta sotto il grosso platano che fungeva da ombrello sgangherato. E si sentivano in mezzo, in giro, e rievocavano vecchi guai e qualcosa di divertente, successo e scolorito.

“Forse smette…” Come se poi fosse importato qualcosa, se la sera avrebbe allora avuto un senso, una finalità, una meta o almeno una meta raggiungibile, perché una meta l’avrebbe anche avuta, una strada precisa sulla quale, era risaputo, non sarebbe stato possibile correre.

Avevano messo su il solito numero, le loro personalità miscelate, ed avevano strappato qualche sorriso svanito dai pochi lì, al piccolo bar.

“Oppure il Vietnam, che ne dici?”, finendo poi per parlare dei film di guerra, confondere registi, recitare battute a memoria, facendo finta.

Un tram reso infermo dalla fine del turno di lavoro sferragliava più su, annebbiato dalla pioggia a vento. Lui sapeva vederci dentro un incubo, dietro ai vetri appannati, ed avrebbe perfino saputo raccontarlo con le angosce del caso.

S’erano salutati poco dopo cena. Era andato verso casa per scriverne, ma ne perse il filo negli ultimi km guidati impazzito, lungo la strada di pioggia, puttane e qualche buca profonda e mal messa. Gli occhi gialli di nicotina e di fame, là nello specchietto, gli fecero credere in una nuova fine che tanto temeva, in  una notte impossibile da dormire.

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