La metodologia di insegnamento delle tecniche sportive

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La metodologia è una disciplina che studia ed analizza le dinamiche e le strategie di insegnamento e di apprendimento.
Nel contesto generale delle discipline sportive l’allenatore può essere considerato un insegnante in senso lato, ed è da considerarsi tale al di là della disciplina sportiva di propria competenza.

E’ chiaro però che il suo compito specifico sia comunque correlato all’insegnamento delle tecniche dei movimenti tipici della disciplina sportiva da insegnare.

Un allenatore in grado di applicare le corrette metodologie di insegnamento sarà in grado di  distinguere le varie condizioni personali dei propri atleti così da poter progettare un lavoro di insieme mirato contemporaneamente al miglioramento del gruppo e del singolo atleta nel caso in cui questo abbia capacità inferiori alla media del gruppo.

E’ ragionevole credere infatti che solo attraverso un corretto bilanciamento dei carichi di lavoro, e dell’accurata programmazione, l’allenatore possa riuscire a migliorare il livello generale degli atleti.

Ogni singolo, a maggior ragione se giovane oppure alle prime esperienze sportive, dovrà essere sufficientemente motivato e costantemente stimolato dall’allenatore. E’ molto importante creare un ambiente ed un clima sportivo favorevole alla gestione del gruppo. Va ad esempio tenuto conto, proprio in quest’ottica, che gli atleti giovani si avvicinano ad uno sport prima di tutto a scopo ludico ed al contempo con l’obiettivo di stare insieme agli amici. E’ molto frequente infatti che un atleta giovane abbandoni una disciplina sportiva a causa dell’ambiente che lo circonda piuttosto che per motivi tecnici.

Ogni individuo nasce come fisiologicamente predisposto all’apprendimento anche se il processo di apprendimento stesso è legato a fattori strettamente personali quali motivazioni, contesti sociali e familiari, ed a fattori fisici.

Durante il processo di insegnamento occorre tenere presente anche la tipologia di sport, la struttura organizzativa entro cui si è incasellati ed i processi energetici che gli atleti sono chiamati ad impiegare: consumi energetici istantanei oppure prolungati nel tempo,  sport  fatto di scatti o di sforzi di lunga durata e quindi resistenza ?

Va chiarito infatti che non esiste un solo metodo di insegnamento e che questo varia dipendentemente dalla situazione in cui si è immersi, dal contesto sociale e sportivo a cui ci si riferisce.

L’allenatore deve saper adattare i propri metodi di insegnamento agli atleti ma anche alle infrastrutture di cui la società per cui opera può disporre: è inutile ad esempio pianificare una preparazione atletica che prevede l’utilizzo di attrezzi se la palestra in cui si opera non prevede attrezzature.

Gli esercizi del piano di allenamento devono essere adeguati anche in funzione del numero di atleti che si stanno allenando in una specifica seduta per evitare eccessive ripetizioni oppure periodi di pausa prolungata per un singolo atleta.

Il metodo di insegnamento, si è detto, è strettamente dipendente dalle persone a cui si è chiamati ad insegnare: alcuni dei fattori predominanti sono l’ età, le caratteristiche fisiche, la motivazione e l’estrazione sociale.

Ulteriori componenti fondamentali dell’insegnamento sono la conoscenza, la competenza didattica (come insegnare) e la giusta comunicazione (in stretta relazione con il contesto vissuto).

E’ innegabile come nel metodo di insegnamento siano influenti anche aspetti quali psicologia, sociologia, disciplina biologica e teoria dell’allenamento.

E’ bene che nel corso del proprio lavoro l’allenatore impari a costruire un modello di riferimento a cui riferirsi nell’insegnare, un modello da utilizzare per poter correggere gli allievi durante l’insegnamento.

Tale modello non dovrà però essere troppo rigido ne troppo volatile (l’estrema volatilità è tipica degli allenatori inesperti che finiscono per rilevare sempre gli stessi errori non evolvendo i loro metodi).

Il modello di riferimento di un insegnante dovrà essere costruito nel tempo e costituito da componenti vari quali nozioni acquisite, esperienza, biomeccanica e dalla capacità di adattare il modello stesso al contesto dove si intende applicarlo.

La situazione ottimale di insegnamento si ottiene stimolando gli allievi al raggiungimento di prestazioni sportive aderenti al modello di riferimento dell’allenatore senza però incorrere nell’errore di stravolgere gli allievi stessi (Condizione di over-coaching) in favore di un modello di riferimento che potrebbe essere inizialmente troppo rigido oppure troppo elevato per il livello generale.

Il giusto compromesso è identificabile appunto in un modello di discreta flessibilità adattato agli allievi che dovranno, riferendosi a questo, costantemente cercare di migliorare la propria prestazione trovando soddisfazione nell’allenamento.

 Alcuni dei compiti fondamentali per l’insegnamento sono:

  • facilitare l’apprendimento
  • assicurare integrità fisica
  • gestire e controllare i carichi nella preparazione
  • sviluppare e riequilibrare le caratteristiche motorie (coordinazione motoria)
  • sviluppare un interesse a lungo termine per lo sport praticato
  • sviluppare una documentazione del lavoro via via svolto
  • organizzare l’attività in modo efficace ed adeguato ai tempi ed al contesto

Tali compiti debbono essere svolti tenendo sempre presente:

  • Cosa insegno
  • a chi lo insegno
  • “dove insegno”

Le tipologie del movimento: volontario, riflesso ed automatico

L’allenatore, più che a far comprendere il gesto o l’esercizio oggetto dell’allenamento, è impegnato ad aiutare l’allievo a realizzare il gesto stesso.

Per il raggiungimento di questo obiettivo è importante la tecnica ma va osservato come nel basket, differentemente da altri sport, questa rappresenti solo il mezzo con cui arrivare al risultato mentre nei tuffi da trampolino, ad esempio, la tecnica rappresenti il risultato stesso.

Esistono differenti tipi di movimento fisico che occorre conoscere ed analizzare per poter applicare le metodologie di insegnamento più efficaci :

  • movimento volontario: le caratteristiche sono la lentezza, il grande dispendio energetico causato dalla concentrazione necessaria per compierlo e la conseguente coscienza del movimento stesso.
  • movimento riflesso: identificabile dalla velocità di esecuzione, dall’economia energetica dovuta alle sole contrazioni muscolari necessarie (decise dal sistema nervoso centrale) ed appunto  dall’incoscienza del movimento stesso. Un esempio classico è una scottatura di un arto: la conseguenza è un movimento veloce ma incosciente utile a ritrarre l’arto.
  • movimento automatico: simile al movimento riflesso ma si differenzia da questo per la coscienza dell’azione.

L’abilità dell’allenatore sta nel cercare di trasformare i movimenti dell’atleta da volontari ad automatici (ma mai riflessi) proprio per aumentare velocità, diminuire la spesa energetica ed avere comunque una piena coscienza del movimento eseguito. Questa evoluzione del movimento si ottiene con l’esecuzione delle ripetizioni del movimento  durante l’allenamento, ripetizioni che, ovviamente, dovranno tendere sempre più al modello di riferimento scelto.

Occorre cercare di rendere automatici non il gesto ma i processi utili alla realizzazione di questo stesso: l’allenamento non insegna il gesto ma la propriocezione cioè la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. Un progresso sotto questo punto di vista aiuterà l’atleta al raggiungimento di una coscienza del movimento e della propria capacità fino a giungere ad una fluidità di movimento scaturita dal riconoscimento di una situazione e dall’individuazione del gesto più adeguato da eseguire.

Le capacità  motorie

 Le capacità motorie sono quei fattori che influiscono sulla prestazione e possono essere migliorati, educati, trasformati e mantenuti attraverso le varie forme di movimento.

Possono essere distinte in due principali tipologie:

  • Capacità coordinative: dipendenti dal sistema nervoso centrale ed essenziali per ottenere la prestazione sportiva. Alcuni esempi sono la capacità di accoppiamento e combinazione dei movimenti, la capacità di coordinazione oculo-muscolare e la capacità di orientamento.
  • Capacità condizionali: forza, ritmo, resistenza, velocità e flessibilità (mobilità articolare, allungamento muscolare).

In generale, lo sviluppo delle capacità coordinative si realizza entro i 7-13 anni: per questo motivo va considerata quella fascia di età come la migliore per l’apprendimento dei gesti motori sportivi.

E’ importante notare che il grado di sviluppo delle capacità condiziona l’acquisizione delle abilità.

Uno degli obiettivi dell’allenamento è appunto quello di metter in crisi il sistema fisico dell’atleta  aggiungendo delle difficoltà graduali così che si stimoli lo sviluppo delle capacità condizionali e quelle coordinative (seppure queste siano di base direttamente dipendenti dal sistema nervoso centrale e quindi non stravolgibili ne incrementabili come quelle condizionali).

Aggiungendo ad esempio difficoltà quali l’esecuzione di un esercizio rimanendo in equilibrio su una gamba od essendo bendato si tenderà ad esasperare la difficoltà incontrata dall’atleta al punto di riuscire a stimolare le sue capacità di orientamento spazio temporali, di equilibrio e di ambidestrismo (nel caso di uso della sola mano opposta alla dominante).

  1. Le competenze di un allenatore

Le competenze di un buon allenatore potrebbero essere quindi riassunte come:

  • Didattiche
  • Gestionali ed organizzative
  • Psicologiche/sociologiche

Utilizzando queste competenze l’allenatore dovrà quindi saper :

  • Motivare
  • Comunicare
  • Programmare
  • Osservare
  • Valutare

 

La prestazione e la sua valutazione

Va precisato come l’osservazione di un atleta non misuri l’apprendimento ma la sua prestazione.

L’apprendimento va infatti concepito come un processo proprio della persona, non visibile ne misurabile direttamente con metodo empirico.

Nel corso di una allenamento a lungo termine (es: una stagione sportiva) è ragionevole credere che si verificheranno differenti fasi prestazionali.

In una fase iniziale la prestazione mostrata dall’atleta crescerà in maniera decisa e quasi esponenziale in conseguenza della alta concentrazione dell’atleta nell’acquisire i nuovi movimenti e nella stimolazione mirata delle capacità motorie coordinative e condizionali.

La successiva fase sarà invece caratterizzata da una stabilità della prestazione e, successivamente, con buona probabilità, si arriverà ad una  fase in cui la prestazione sarà peggiorata: la propriocezione sviluppata e la errata convinzione della definitiva acquisizione del gesto da parte dell’atleta porta, paradossalmente, ad un peggioramento del gesto stesso eseguito (gesto atletico eseguito con sufficienza).

In queste differenti fasi della prestazione è invece possibile che l’atleta stia continuando ad apprendere costantemente o comunque con fasi che si discostano da quelle visibili in allenamento (la prestazione mostrata nella pratica)

La prestazione è infatti legata ad aspetti interiori come motivazione, difficoltà motorie o coordinative che non sposano, da subito, il gesto atletico che in realtà è stato appreso, compreso dall’atleta.

Esiste la possibilità che un set di movimenti non riescano ad un atleta in determinate occasioni, mentre saltuariamente questi stessi movimenti risultino eseguiti alla perfezione. Generalmente questo accade perché l’atleta è in fase di maturazione fisica e/o tecnica e non perché non ha compreso il gesto da eseguire. Continuare a lavorare significa poter vedere questo movimento eseguito perfettamente in ogni situazione. In altri casi la differenza di risultato potrebbe essere sistematica e costante nel tempo:  il problema può essere quindi di altra natura (psichica): ad esempio l’atleta durante le fasi agonistiche non riesce ad esprimere tutto il proprio bagaglio tecnico nonostante la fase di apprendimento sia comunque arrivata al limite massimo.

E’ da notare come il proseguimento dell’allenamento potrà essere ancora caratterizzato, in riferimento allo stesso gesto atletico preso in esame, da un nuovo miglioramento.

Fra gli aspetti psicologici e motivazionali va posta attenzione al fatto che non bisogna incorrere nell’errore di gratificare solo l’atleta che ha una buona prestazione precoce per evitare di demotivare, seppure indirettamente, gli altri atleti del gruppo.

E’ sorprendente infatti osservare come negli sport professionistici di tutto il mondo sia assolutamente rilevante la percentuale degli atleti nati nei primi mesi di un determinato anno.

Questo, estremizzando il concetto, è ragionevolmente relativo al fatto che, a parità di anno di nascita, i nati nel gennaio raggiungano una prestazione soddisfacente per loro e per il proprio allenatore molto prima dei nati nel dicembre dello stesso anno.

In età adolescenziali infatti una differenza di 6/10 mesi, rispetto alle capacità coordinative, può risultare determinante così come lo è la capacità condizionale più evidente: la forza fisica.

E’ fondamentale anche considerare  che le capacità propriocettive di un atleta adolescente molto sviluppato fisicamente sono tendenzialmente più scarse di quelle dei coetanei più minuti: questo, senza dubbio, potrebbe influenzare una valutazione ed una motivazione/demotivazione dell’atleta che potrebbe essere portato al disinteresse in uno sport in cui sembra, almeno inizialmente, non riuscire.

L’allenatore dovrà quindi costantemente essere impegnato nel progettare un allenamento che deve essere principalmente visto dagli allievi come un divertimento, e questo sarà possibile soprattutto se gli esercizi  saranno diversificati e particolari.

I programmi di allenamento devono conseguentemente seguire uno schema relativo agli obiettivi che si vogliono ottenere.

 

La correzione

Nelle metodologie di insegnamento va tenuto conto anche delle modalità di correzione:

questa va fatta proponendo il modo corretto di svolgere l’esercizio od il movimento ed indicando, spiegando dove e come si commette l’errore, terminando poi la comunicazione con l’ indicare la soluzione da adottare.

Anche l’uso della voce dell’allenatore gioca un ruolo importante: è importante variare il timbro della voce per  enfatizzare alcuni movimenti ritenuti fondamentali, gridare se necessario (mai in maniera diretta verso un singolo).

 È altrettanto importante sottolineare se un atleta, o l’intera squadra ha fatto qualcosa di cui essere soddisfatti. Fare i complimenti perché un atleta ha eseguito un buon movimento è importante, così come se la squadra ha fatto qualcosa di importante a livello corale (un buon attacco, una buona difesa a prescindere dal canestro eventualmente subito).

 È rilevante che l’atleta che effettua un movimento abbia la consapevolezza, nel caso, di aver commesso un errore. Questo  fattore è utile all’allenatore a correggere l’errore ed aiuta l’atleta a comprendere dove si commette l’errore ed a recepire  le correzioni suggerite.

 Nell’effettuare una correzione è possibile scegliere fra :

  • fermare l’allenamento e fare in modo che tutti, in silenzio, ascoltino l’allenatore
  • far continuare l’esercizio al resto del gruppo, portando con se l’atleta che ha commesso l’errore per correggere il movimento (soluzione da applicare soprattutto se si ha disposizione un assistente)

 Entrambe le soluzioni sono valide ma la scelta dipende dalla situazione, dal tipo di errore e dal livello dell’atleta rispetto al gruppo e dal gruppo stesso.

 In alcune situazioni un allenatore può decidere di ascoltare il parere degli atleti. Soprattutto nello svolgimento di un determinato gioco, ascoltare il parere di un atleta può rappresentare il modo di conoscere quanto il gruppo  ha assimilato le filosofie di gioco dell’allenatore.

Questo discorso può però essere valido solo per atleti e gruppi evoluti e non per atleti principianti o giovani.

In ogni caso deve essere però assolutamente chiaro che la decisione va presa dal solo allenatore, il quale si assume tutte le responsabilità nel rispetto dei ruoli.

L’altra faccia della comunicazione in chiave di correzioni  è costituita dalle  punizioni.

Un concetto senza dubbio importante nell’insegnamento a cui fare ricorso in maniera sporadica e per giustificati motivi: evidenziare i comportamenti non corretti ed irrispettosi sia del singolo atleta che del gruppo.

 In ogni caso non sarà mai consigliabile ne gridare eccessivamente ne tanto meno umiliare un atleta od un gruppo: non solo non aiuterebbe ma sarebbe controproducente per il clima che si verrebbe a creare e per gli strascichi conseguenti.

Proprio perché allenatore è anche un educatore, non può permettersi di utilizzare in modo errato le punizioni: occorre evitare di utilizzare come punizione esercizi particolari come la corsa, oppure i piegamenti sulle braccia, per evitare di non ottenere scarsa collaborazione o coinvolgimento degli atleti durante le fasi di preparazione atletica vera e propria. Questa potrebbe, conseguentemente, essere vista come una punizione e quindi essere svolta in maniera poco efficace.

 

La comunicazione

 La comunicazione è una dote innata che può però essere in qualche modo acquisita. Anche in questo aspetto è infatti importante l’esperienza.

Si può diventare buoni comunicatori seguendo le proprie attività e nel tempo acquisire nuove competenze, osservando il proprio modo di comunicare ed i risultati raggiunti.

Un errore comune è quello di ritenere che la comunicazione sia dettata dall’eloquenza.

La/le persone oggetto della comunicazione effettuano un filtro alla comunicazione stessa: ognuno recepisce alla propria maniera e focalizza l’attenzione su alcuni aspetti piuttosto che su altri.

E’ fondamentale nella comunicazione porre attenzione alla posizione di chi sta comunicando, alla sua gestualità ed alla mimica facciale: estremizzando il concetto potremmo dire che un timbro basso di voce, utilizzato durante la dimostrazione di un esercizio eseguito dando le spalle alla squadra,  raccolga molti degli elementi negativi della comunicazione sportiva.

L’allenatore dovrà mostrarsi sempre disponibile verso i propri atleti non escludendo la possibilità di essersi spiegato male e di rispiegare quanto appena detto senza apparire seccato per il fatto stesso.

È fondamentale ricordare come la comunicazione non verbale trasmetta più facilmente, a volte, di quella verbale.

Il messaggio deve essere:

  • diretto, chiaro e specifico: troppi giri di parole e preamboli faranno perdere efficacia. Usare un linguaggio chiaro ed adatto al contesto ed alle persone (adolescenti, adulti). Caso emblematico il TIME-OUT
  • mai contraddittorio rispetto ai messaggi precedenti: questo causerebbe insicurezza negli atleti
  • ridondante ma non monotono: ripetere i concetti se necessario ma non annoiare, tediare gli atleti

Elementi che invece ostacolano la comunicazione:

  • far valere eccessivamente il proprio ruolo\status:  “stai zitto!” , “è così perché lo dico io”, “dai dimmi quello che devi dirmi
  • parlare sopra un atleta / assistente
  • rimproverare eccessivamente ed insistentemente: ad esempio sempre lo stesso atleta finendo per farlo sentire preso di mira.

 

Massimo Soldini

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