Forget me not

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Reggio Calabria, verso il mare da via 2 settebre

Forget me not

Stamattina ho piantato il mozzicone della matita.

Si, una di quelle matite che nel retro hanno una capsula con dei semi e che appunto puoi piantare quando la matita è a fine vita.

Quel concetto di fine/inizio mi aveva conquistato subito.

Così ho scritto per mesi, appuntato ed appuntito, disegnato male continuando comunque a ripetermi che non era provvisorio, che seppure il tratto della matita può essere cancellato esistono cose, fatti, idee, promesse che invece rimangono. La matita ha un fascino che la penna indelebile non ha.

La matita scrivendo sostiene un’idea e lo fa seppure può essere cancellata, lo fa consapevole del rischio, senza timore di essere smentita.

La penna, la penna invece è spavalda ma di suo non rischia mica niente. Bello o brutto quello che scrive rimane mentre la matita deve proprio impegnarsi perché sia memorabile quello che ha scritto, perché diventi incancellabile, che il tratto rimanga o meno impresso sulla carta.

Ecco, da quella matita nascerà una pianta, che poi è una nuova idea, una prosecuzione di un’altra, una nuova vita.

Stanotte un temporale mi ha tenuto sveglio così che mentre l’acqua in qualche modo ingravidava la terra, la matita andava spegnendosi, scrivendo con me, lasciandosi appuntire ancora ed ancora, pagina dopo pagina, preparandosi quindi a donarsi a quella terra così ricettiva che ho trovato stamattina qui sul grande terrazzo.

L’odore del caffè mi ha carezzato i baffi mentre guardavo la terra difronte, isola vicina eppure così distante nei modi, nella lingua.

Sullo stretto stamattina il mare è calmo ma scuro, scuro come se sotto la superficie avesse rimescolato chissà che pensiero complicato, quale oscura riflessione malcelata. C’è un arcobaleno un po’ timido che ancora deve colorarsi a dovere ma che nasce proprio in mezzo allo stretto di Messina.

Te ne mando metà, solo metà, perché l’altro mi serve per andare avanti oggi: qui il grigio è più grigio e c’è quell’aria di arretrata ed atavica rinuncia che mi sembrano dare alle persone un viso indolente e sofferente, un’importante impotenza che li costringe a tirare a campare senza apprezzare, senza migliorare.

Io ho bisogno di pensare che posso fare meglio, che posso andare, continuare, credere, tornare. Io ho bisogno di progettare e non mi trovo in questo stato di cose nel quale non riesco a godermi nemmeno i minuti su una panchina perché mi pare non di rifiatare ed apprezzare ma di aspettare come gli indiani seduti in terra a Varanasi lungo la strada che porta ai Ghat.

Ho visto scheletri terrificanti, palazzi mai terminati, strutture e cementi rabberciati, progetti interrotti. Qui si vive sospesi fra cento inizi e nessuna fine, fra finte fortissime speranze, nuovi inizi e certissime fini.

Io qui percepisco del male, una forza più forte dell’uomo comune, uno spreco perpetuo. No, non è tutto perso ma è tutto difficile.

Ho quasi finito qui e presto partirò ancora. Stavolta sono più vicino ma dovrò allontanarmi.

Sto bene, almeno credo, ma parlo poco e questo, lo sai, non è un bel segno per chi come me lo farebbe anche di notte. Forse un po’ mi sono spento qui o forse sono solo un po’ invecchiato. Sento ancora di dover andare però così che il viaggio non possa ancora dire di avermi vinto, di avermi fermato.

Qui posso tornare: “mai tornare nei posti dove si è stati felici”; ecco qui posso tornare. All’ultimo aeroporto sono rimasto in piedi nell’area kiss&go, ma tu non c’eri e così per me è stato il caso solo di andare, senza baci né abbracci spezzati dal tempo.

I palazzi scalcinati, gli ingressi un po’ muffiti sanno di qualcosa che non so spiegare ma che saprei riconoscere per starne alla larga: anche il mio zaino qui si è ammorbato di una umidità che lo rammollisce, così come succede alla gente, come certi palazzi di loro belli ma trasandati: bada bene non decadenti ma ancor belli, attempati, questi sono trascurati e questo non mi piace. Non sono bellissimi anziani con la barba bianca e curata, sono vecchi mendicanti, sono il frutto malsano di una città dove per anni s’è coltivata la rinuncia.

Io invece non posso né voglio dimenticarmi come sono e stamattina me lo sono ripetuto piantando appunto i semi incastonati dietro la matita, pensando che no, li non mi avrete di certo dimenticato. O almeno questo è quello che mi piace pensare, che mi spinge ancora ad andare.

Spunteranno dei fiori, lo so, tornerò qui a guardarli cercando ancora qualche luce al di là dello stretto.

Sulla matita c’era scritto Forget me not, non ti scordar di me: il nome dei fiori e più ancora un concetto, un’idea.

Qui sotto mi reclamano a voce altissima perché sono in ritardo: mi offriranno un incarico di responsabilità.

Accetterò.

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