Cielo sfogato

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L’antifurto del palazzo di fronte si sgolava rompendo un pomeriggio d’ufficio.

Un apocalittico cielo s’addensava veloce da sembrare fluido e pareva come se qualcuno, lassù, avesse avuto il naso affollato dal pianto trattenuto, come se avesse gli occhi lucidati da un pensiero costante e le tempie tremanti fra stanchezza, sonno arretrato e voglia di liberazione.

Di lì a poco avrebbe piovuto proprio come nei cartoni animati giapponesi. Una goccia, poi un’altra, poi tutte insieme, accelerando. Il distributore automatico lo confortò con un caffè plastificato ma ben caldo, lungo tanto da poter rimanere seduto lì ai piccoli tavoli, davanti al concerto d’acqua sui tubi di latta dei condizionatori, sui motori che abitavano il chiostro interno del palazzo.

Un rumore bellissimo, un disordine complicato.

Poi era arrivato qualcuno a chiudere la finestra dai vetri spessi, lasciando fuori il cielo a sfogarsi e dentro un silenzio  immobile di burocrazia. Niente vento fresco lì ai piccoli tavoli.

Ma s’era sentito come quel cielo rotto, rotto e sfogato, poi liberato.
E si sarebbe bagnato volentieri la camicia, camminando sotto la grandinata morbida di primavera, viva di chicchi indecisi, ne ghiaccio ne d’acqua, riscaldati dal clima di Aprile.

 

 

 

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