Il viaggio lungo

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long way

Dolce Sophie, sono stanco, parecchio: ho appena finito di preparare il mio bagaglio. Ho riordinato tutto e legato, protetto, quel che dovevo.

Dalla camera ascolto i rumori delle poche auto in lontananza: al buio cerco il sonno, prego Morfeo perché arrivi e perché  mi porti a domattina, quando poi partirò ancora. Sono eccitato per questo viaggio, tanto da non prendere sonno e da sentire accelerati i pensieri.
Sdraiato a pancia in su le ombre sul soffitto sembrano un grafico piuttosto chiaro e per niente spaventoso: ora riassumo, incasello, ora rivivo un po tutto.
Aveva ragione Cobain, il peggior crimine è l’inganno. Per quanto non riesca a credere a questa tesi sento dentro qualcosa spezzato, tradito: una delusione piuttosto forte per il mancato rispetto.
Che spreco tutto questo, Sophie: che senso ha, ora?

Così sto per partire, ormai so fare solo questo, a quanto pare. Ho con me ancora la mia moto, anche se non troppo ben messa, ed un po’ di soldi che come sai basteranno abbastanza a lungo considerando i miei sonni di fortuna: sono arrivato qui qualche giorno fa e prima di trovare questa stanza ho dormito in un prato, sdraiato accanto alla moto. Parcheggiata sul cavalletto laterale mi lascia spazio per sdraiarmi lì accanto, per riscaldarmi, prendendo sonno, fra marmitta e motore. Sorridi, immagino, fra stupore e forse preoccupazione: mi diverto, anche questo è  il mio modo di viaggiare.

Un viaggio lungo, parecchi km ed anche stavolta ci vuole coraggio, forse più che nelle altre volte.
Cosi stanotte pare più densa e difficile da bucare. Fumo sigarette e pare di respirare a fatica per l’umidità che chiude il naso e schiaccia la testa.
Spero di farti una sorpresa e di raccontarti chissà cosa, la prossima volta: ecco perché parto ancora, per me, per difendermi: ho buone opportunità di lavoro ed anche la mia salute va meglio.
A tratti, senza motivo, sono felice e comincio a credere che certe volte sia solo merito di uno strano senso di abbandono e di stanchezza, soprattutto dopo giornate di lavoro intenso: ma forse, senza motivo, è un essere felici davvero, il senso dello stare bene.
È stato tutto incredibile non credi? È una bellissima storia questa dei miei viaggi e delle nostre lettere: se ne fossi stato capace avrei trovato il coraggio per scriverne, così come tante volte mi hai ripetuto di provare. Mi piace immaginarti mentre ne racconti ai tuoi figli: anche se so da me che esistono avventure migliori, persone veramente coraggiose: spero tu  lo faccia con passione, o almeno come monito. Mi piacerebbe, narcisisticamente: sarebbe un segnale del mio passaggio, un messaggio, il mio.

Quasi dimenticavo: nella sacca che ho messo sopra il sedile del passeggero ho ancora i piccoli regali per i tuoi figli: ho deciso di non spedirteli e così ad ogni viaggio li porto con me: forse è anche un modo per dirmi che tornerò, per avere un obiettivo preciso.
Ho una tua foto qui con me: sorridi, ovviamente. Quegli occhi azzurro pungente mi fanno pensare al significato del tuo nome: scienza, sapienza. E così, ti vedo: tu sei lì, in verità, come fossi custode di tutto, mentre io mi sento alla perenne ricerca della cura al mio “ballo di S. Vito”, all’andare continuo.
Sarai stupita forse: ho deciso che proverò a fermarmi lì, a mettere radici, e chissà che non sia tu, quindi, a venire qui da me, prima che io riesca a tornare in Italia: oh, mi piacerebbe tanto, sarei onorato e sono emozionato già adesso, forse stupidamente, a pensarci su prima ancora di essere arrivato, di aver trovato una nuova casa ed un lavoro più stabile.
Mi sento bene e quelle che prima chiamavo speranze mi sembrano adesso intenti e voglia di fare !

Ho il viso madido, e passo la mano fra la barba che non sistemo da un po’ : è così prima di ogni viaggio, prima di ogni spostamento. Organizzare, pianificare, impacchettare e progettare sognando finiscono col togliere tempo a quella cura di me: “ordinato”, nei giorni precedenti l’andare,  non è un aggettivo che fa per me.

Diceva Pasolini, nella prima pagina del libro L’odore dell’India: penoso stato di eccitazione all’arrivo”.
E’ così che mi sento Sophie
: domattina partirò, sarà un viaggio lungo. Parto con me stesso e credo sia un bagaglio importante anche se pesante.
Sono più ricco e più forte: i posti ed i paesaggi, la gente che ho incontrato e conosciuto fin qui, i loro usi, mi hanno insegnato molto e credo mi abbiano migliorato. Da “quissù″ dove sono arrivato, forse, il mio bagaglio di vissuto, di esperienze e scelte, in qualche modo hanno causato come una sorta di vertigine: è come se tutto quello che ho vissuto e scelto, quanto ho operato, mi avesse fatto capire cosa sono, cosa cerco, cosa voglio: quel senso di completezza che so farmi stare bene davvero e che prima no, non avevo. Credo che, allo steso tempo, ci sia stato una sorta di percorso inverso in lei: è come se avesse prima capito quello stesso senso di completezza e felicità, come se lo avesse capito prima di aver attraversato però tutto il resto, prima di aver composto quel bagaglio esperienziale utile a fornirle gli strumenti necessari a definire, con contorni più affilati e chiari,  “tutto il resto”, l’organizzazione della vita,  tutte quelle che potremmo dire essere tessere del mosaico da mettere in ordine per riuscire a sentirsi  “comodi, realizzati”. Questo ha inevitabilmente confuso, invaso, travolto.

Forse non sono ancora un Gigante ma sono di certo veramente diventato più grande.
Ti abbraccio forte, anche se solo da quaggiù e con gli occhi già lucidi: forse altre lettere, forse una sorpresa bussando lì, a casa tua, se vorrai ancora accogliermi.

Massimo

 

 

 

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