Melbourne e la Great Ocean Road

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Salutiamo il red centre con la malinconica sensazione che sarebbe stato bello girovagare qualche giorno in più, esplorare la terra rossa e capire quelle dinamiche controverse delle piccole città come Alice Springs dove tutto sembra lento ed annoiato pur restando organizzato ed efficiente.  Mi chiedo quali opportunità possa offrire un posto del genere, piccolo e vivace per il solo riflesso dei parchi ai quali si offre come armeria, avamposto, come centro di vestizione ed appovvigionamento nemmeno fosse una caserma appena prima del fronte. Tutto sommato li si ha la sensazione di tranquillità e sicurezza, si percepisce che la gente ama rispettare le regole e che l’ordine pubblico è mantenuto da un polizia presente ma invisibile, più impegnata in operazioni di facciata come vigilare i negozi di liquori piuttosto che in strada per traffico o crimine. Non mi è chiaro cosa la gente faccia, in cosa sia occupata, se lavori oppure meno: le strade suono vuote ad ogni ora le poche persone in  giro rappresentamo ogni fascia di età per cui non è dato capire chi lavori, chi sia in giro in ferie, chi sia in pausa ecc. Temo che lì si possa lavorare solo nel meccanismo del turismo in senso lato e che il resto sia una scarsa offerta se non per dignitosi lavori di inservienti, camerieri e spazzini che pure paiono puliti e soddisfatti senza avere quell’aria nauseata che un lavoro manuale del genere regala da noi in patria.

Per questo Melbourne, raggiunta con un volo dopo i saluti con la vecchina del motel di Alice Springs, mi rimarrà dentro come “un’altra Australia“, per i grattacieli, il traffico, le stazioni di tram e bus, i taxi e l’asfalto in luogo della terra rossa che ancora colora la trama delle mie scarpe. Melbourne è metropoli, traffico ordinato, grandi spazi, gente che corre indaffarata e ben vestita.  A metà fra una grande città d’oriente ed una grande capitale europea, Melbourne rimane australiana nel modo di fare amichevole della gente, nella sua informalità rispettosa, nel poco rumore e nell’organizzazione generale, ma si distanzia alla grande dai piccoli centro già visti, da quel concetto di selvaggio ed incontaminato, di poco popolato, poco denso, dall’idea di tipicità e “distanza” da casa nostra. Melbourne ha i vizi delle città orientali arricchite, i costumi ed i servizi delle capitali europee, il tutto organizzato in archittetture urbanistiche non più vecchie di 200 anni, concepite quindi a misure di un uomo che oggi definiamo moderno: ecco perché saltano agli occhi servizi e pulizia, spazi e regolamentazioni rispettate. Qui si è costruito e regolamentato la vita sulla base del requisito della vivibilità stessa: obblighi, divieti, diritti e spazi sono concepiti e non adattati. A Roma si costruirono strade dove oggi circolano auto ma lo si fece in un tempo in cui le auto non esistevano. In europa, più in geneale, ci si è gradualmente adattati, ampliati, riconvertiti mentre qui nel nuovo mondo si è costruito tenendo bene a mente le necessità. Limiti ed obblighi sostenibili, ragionevoli e quindi rispettati. Melbourne

Forse è per questo che dopo l’indigestione di usi, costumi, animali e stili di vita così distanti dai nostri, sento Melbourne fuori luogo, distante dall’Australia che in questi giorni abbiamo conosciuto e vissuto. È come se la sentissi un evoluzione, un miglioramento di una capitale europea: qualcosa di già visto ed in qualche modo di noioso, qualcosa che sarebbe adorabile nel caso vivessi qui ma che ora mi appare come “già visto” pensando a Berlino.

Un sunto della città in poche parole è vie di negozi, tram, artisti di strada, ordine e pulizia, il bellissimo ma in parte deludente mercato di Qeen Victoria Market, un paio di cattedrali, una piazza che smarrisce da tanto spazio e di fatto nessun monumento seppure sia una delle poche città con un vero e proprio centro di aggregazione cittadino, ristoranti di ogni genere e grosse strade più o meno organizzate in isolati. Lo so, il mio è un sunto indecoroso e volutamente sbrigativo, ma tutto questo non è quello che cercavo in Australia ed è quanto ho più a tiro di schioppo partendo da casa. Insomma per me Melbourne è bella, è da vedere, anzi più da vivere proprio come certe città tedesche, ma mi fa sentire dentro, in fondo in fondo, punte chiarissime di agorafobia.

Melbourne 2

Un’auto a noleggiata da Thrifty per 3 giorni e la Great Ocean Road, strada panoramica da guidare: una strada a metà fra statale ed austrada che si allontana dai sobborghi annodati negli snodi stradali di Melbourne e che corre lungo la costra fra curve e paesaggi assolutamente degni di nota. Unico neo che però aggiunge un sapore di avventura ed esplorazione, l’inverno e quindi lo scarso sole. Un vento fresco sferza la costa e schiaffeggia gli alberi verdissimi che si piegano sulle vicinissime colline: una temperatura di fatto mite, rinfrescata però dai soffi del vento rende la vita di spiaggia impossibile ai turisti ed irrinunciabile agli amanti del surf. Piccoli centri abitati con nuovissime case in legno affacciate sul mare: grosse ma spente vetrate lasciano intendere case ben ideate e servita ma prive di quell’anima e di quell’entisiamo che una natura come quella qui attormo meriterebbe. Di nuovo cartelli di vendita ed affitto, di terreni da edificare, di appartamenti per le vacanze: qui in Australia, ovunque si vada, pare manchi il genere umano, pare ci sia ancora “bisogno” di colonizzazione. Costruiscono per disabitare: un’offerta di gran lunga superiore alla domanda governa il mercato immmobiliare mentre il circuito turistico è mantenuto in fiorente vita da centri informazioni generosi di sorrisi e di cartine dettagliate, di consigli esagerati e di aggettivi altisonanti per zone che ne meriterebbero sicuramente memo.

Qui il tutto è la strada, le curve di asfalto ben tenuto che serpeggiano fra mare e colline: in questa lingua sottile e nera di asfalto drenante si scorre lenti guardando sempre di lato, cercando uno scorcio di rocce, un tratto pittoreco di costiera dove il mare insiste arrabbiato in questo periodo. 

Piccole locande di pescatori che si atteggiano ad operai ma che sono in realtà navigati ristoratori, motel a buon mercato (90/130 dollari) con stanze nuovissime, una miriade di curve, saliscendi, km e punti panoramici nei quali fermarsi e fotografare. Occorre guidare stando attenti alle curve, all’umidità che fa scivoloso l’asfalto, allo scarso traffico che rende disattenti e che invoglia a fermarsi ed invertire la marcia alla ricerca di una foto memorabile ed in ultimo ai lavori di manutenzione stradale, impegnativi e numerosi in questa stagione.

La great ocean road è una miniera di immagini e piccole storie, cittadelle, colline agitate dal vento, notti che calamo presto.

Stanotte scrivo da un motel (ad Apollo bay) che affaccia proprio sulla strada ora silenziosa. Il rumore dei miei tasti è confuso dal bussare del vento sulla piccola porta. Sferzate decise e fredde che abbiamo provato rientrando dalla cena. La strada e poi il mare oltre il quale migliaia di km di oceano. 

Domani andremo verso tratti di costa noti per i naufragi che anticamente colpivano molte della navi che doppiavano questi promontori, segno che già allora il vento era lo stesso: tutto questo ci ricongiunge con l’Australia che conosciamo, con quel concetto di selvaggio, di lontano, di abitato eppure ingorvernabile che ci ha spinti fin qui e che ci spinge a viaggiare.

Spero che il mio cappello da esploratore per ora chiuso nel mio zaino torni protagonista nelle foto, magari avvisitando una balena: pare che qui in zona sia un evento non troppo raro.

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