Cielo sfogato

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L’antifurto del palazzo di fronte si sgolava rompendo un pomeriggio d’ufficio.

Un apocalittico cielo s’addensava veloce da sembrare fluido e pareva come se qualcuno, lassù, avesse avuto il naso affollato dal pianto trattenuto, come se avesse gli occhi lucidati da un pensiero costante e le tempie tremanti fra stanchezza, sonno arretrato e voglia di liberazione. Continua a leggere….

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Giorni, ingredienti

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mixed emotions
Una macchia di sporco,
un gallo elegante e disperato,
gli occhi gialli e sospettosi di un lupo dimagrito e stanco.
Il nodo dei miei pensieri,
il ciclo dei miei tormenti,
tutta la mia storia, Continua a leggere….

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E

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zagara

E Roma cambiava, velocemente, veloce e macchinosa come i mulinelli che il Tevere gli lasciava vedere da Ponte Milvio. Un movimento oleoso, sommerso, pur senza nascondere nulla: sembrava ci fosse un’anima là sotto, pronta a venir fuori, in subbuglio, intenta a  prepararsi. A tratti cattiva, torva, a tratti purissima e pulita ma laboriosa, ancora intenta.

E lui cambiava con Roma, senza rendersi conto oppure rendendosene, soffrendoci su senza riuscire ad isolare ragioni che gli lasciassero intravedere spiragli di luce chiara al posto di giorni complicati e spigolosi, le regioni delle sue emozioni.

E la sera scendeva lenta, scolata nei suoi colori dalla pioggia improvvisa e fredda che aveva sorpreso tutti là sul piazzale. Continua a leggere….

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Taxi

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taxi

Trovare un taxi, all’una e trentacinque di notte sembrava impossibile.

Quando trovò posto lì dietro invece, sentì d’essere sollevata e la perfezione di quell’attimo parve irreale, la comodità di quel sedile posteriore era accoglienza allo stato assoluto.

“Dove andiamo?”

In bilico fra realtà e fantasia aveva balbettato la destinazione come se la tassista non potesse riuscire ad orientarsi lì attorno, come se la strada fosse da inventare e non da percorrere.

Parlarono per tutto il tragitto e le curve non seppero spostare la traiettoria designata dei loro discorsi sinceri, le confidenze rese con semplicità, fra gioco e realtà, ad un estraneo.

“L’asfalto è proprio una bella invenzione”, disse guardando dallo specchietto retrovisore, incontrando la complicità di quello sguardo denso.

Ripresero a parlare, come se l’alternanza di buche ed asfalto, come se quel  commento estemporaneo fosse del tutto legato al resto dei loro discorsi di vita: la vita che fu e la vita che forse sarebbe stata poco più avanti sulla strada, qualche settimana o mese più avanti.

“Che buffe saremo”, pensava da lì dietro negli attimi di silenzio, “…quando ripenseremo a tutto questo”.

Quel gioco le spingeva a parlare e confidarsi, trincerandosi dietro un’estraneità inventata, un maschera invisibile senza motivo.

Sorrisero. Nel silenzio le ho viste fermarsi al lato della strada, al bordo della notte, sul ciglio di qualcosa ancora da dire.

Proseguirono sedute una accanto all’altra, ma credo seppero parlare meno, per scelta, fuori dal loro gioco.

Massimo

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