Kakadu park

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Kakadu,paesaggio

Adam ci appare salvifico nell’assurdo marasma della reception del nostro ostello. Sono le 6.30 del mattino e Darwin dorme ancora mentre giovani che si atteggiano a viaggiatori entrano ed escono dalle piccole porte scorrevoli. La reception è aperta h24 e le ore di sonno degli ospiti sono intervallate da feste in piscina, rincorse nei corridoi e da,tutte quelle dinamiche tipiche di un ostello e dei dormitori: fra l’odore del bucato surriscaldato dalle asciugatrici impazzite, vapori di scarpe ormai esauste, segni di scarsa cura di sé e di una cucina di sopravvivenza girovagano giovani fra i quali alcuni odiosi viziatelli in viaggio premio, per non si sa per cosa, con i soldi di famiglia.
Noi dall’alto della privacy della nostra camera privata li guardiamo volutamente con una superiorità quasi educativa.

Adam è un ragazzo nerboruto, con pochi capelli, una barba malconcia e due denti incisivi mancanti. Un’età piuttosto indecifrabile e prossima ai 30 anni: sarà la nostra guida e ci sorride sgangherando frasi e battute varie, dicendomi di salire in fretta sul furgone: un furgone da circa 20 posti, una capacità di carico degna delle navi dei primi coloni ed un sistema di condizionamento supplementare montato sul tetto. Il tutto per un totale di 10 ruote a trazione integrale, un peso pari a quello di una nave da crociera ed una velocità da noia.
Il gruppo si compone via via nel giro che Adam si è annotato pasticciando sul suo blocco notes: 15 persone fra le quali noi e ragazze molto giovani, un paio di coppie australiane attempate ed un’altra coppia olandese. Italia, Spagna, Danimarca, Olanda ed Australia: mezzo giro del mondo in appena 15 sedili.

Il Kakadu è un parco mastodontico nel cuore “del territorio” australiano, un parco impossibile da approcciare senza guida e tour organizzato: le attrazioni principali, i percorsi e gli scorci migliori distano fra loro anche 50/80 km e molto spesso le strade sono sterrate nella peggiore delle accezioni del termine. È proprio lì che il furgone di Adam trova un senso, una collocazione.

Il consiglio quindi è di prenotare un tour come detto e di non avventurarsi seppure alle guida di un fuoristrada
: impossibile sapersi organizzare il giro, i sentieri, non perdersi e rimanere vivi (i coccodrilli ci sono sul serio e la guida fuoristrada è da esperti veri, a prescindere dal mezzo posseduto od affittato).
Reputo inoltre antieconomico un tour auto organizzato visto che poi ci sono le paludi nelle quali si può navigare affittando una piccola imbarcazione oppure tramite mini escursioni organizzate sul posto: tanto vale acquistare il tour tutto compreso (scorte di acqua e di cibo, snack) per un totale di circa 400€ a persona per 3 giorni e due notti. È Possibile noleggiare i sacchi a pelo ma considerato che in città per 13 dollari se ne trovano di più che decenti conviene spendere 25 in totale per un sacco a pelo leggero ed un asciugamano in microfibra piccolissimo una volta ripiegato.

Nessun tipo di alimentazione elettrica, km da camminare, plaudi da navigare e notti in tenda, questo è il Kakadu park vissuto davvero.
Le strade asfaltate lasciano presto e spesso spazio a rosse lingue di pietraie: sentieri doppio senso dove l’andirivieni delle potenti 4×4 è regolato da buon senso ed esperienza. Il nostro furgone salta da una buca all’altra, sbatte su un ramo, sale su un dosso: siamo assicurati da cinture di sicurezza mentre Adam suda a litri e noi guardiamo increduli fuori dai finestrini le centinaia di termitai che spuntano dal terreno, in alcuni casi per un altezza di qualche metro.

Alberi ed alberi, ora secchi ora verdi, cespugli assetati che pure regalano frutti, ettari bruciati volutamente per ripulire e concimare: sentieri che solo aborigeni e guide riescono a trovare. Il territorio rosso è autentico e selvaggio, naturale e ricco, ma in un modo a noi non ancora del tutto chiaro né congeniale
: il gruppo è silenzioso, totalmente rapito dai primi scorci, disinteressato alle relazioni sociali che arriveranno solo più tardi, a pranzo, preparando panini con le stoviglie da viaggio caricate a bordo.

Il tour è organizzato alla perfezione e così il cammino non è mai troppo lungo così come le soste o le spiegazioni: ora guardiamo i dipinti rupestri degli aborigeni ascoltando delle loro leggende, ora camminiamo sotto il sole per arrivare alle cascate di Jim jim dove poter rifiatare o nuotare, curiosare fra gli arbusti cercando insetti, fiori e frutti. Tutto tenendo bene a mente le raccomandazioni specifiche che ad ogni sosta ci vengono fatte rispetto al percorso da intraprendere: ci sono zone dove non è possibile allontanarsi che qualche metro dalla guida, dove il sentiero è l’unica via e dove l’acqua fresca e pulita che invita a mettere a bagno i piedi per rifiatare è solo una grossa trappola. Abbiamo incontrato diverse persone mutilate: australiani che presentavano inoltre lunghe e malconce cicatrici lungo il corpo. Nessuno ha chiesto direttamente ma a tutti è apparso chiaro che le ferite fossero effetto dell’attacco di un coccodrillo.

Le paludi sono torve e zeppe di coccodrilli ma lo sono anche le acque pulitissime a valle delle sorgenti : numerosi cartelli diffidano non solo la balneazione ma anche lo stare vicino alle rive. Non sono esagerazioni ma reali pericoli e lo abbiamo capito dalla cura e della preoccupazione con le quali Adam è corso a riprendere i più curiosi fra noi: sulle rive libellule rosse saltellano sui fiori impermeabili alle gocce d’acqua, uccelli dal collo lungo aspettano di cacciare e panciuti coccodrilli si mimetizzano immobili come riproduzioni di animali preistorici.
Di primo mattino la palude è silenziosa e le poche imbarcazioni si muovono lente risalendo fra le anse melmose: un’esperienza che forse ricorda gli albori umani per come li abbiamo imparati sui libri delle scuole elementari.

Il nostro campeggio è composto da bagni chimici misti a docce che usano acqua di recupero, qualche luce ad energia solare, tende camerata e tende da coppia, una tenda cucina e qualche attrezzatura come le bombole del gas: il resto è nel nostro furgone e tutti collaborano a cucinare, lavare, preparare. Ci si muove solo con lampade frontali e via via prendono quota risate ed interazioni, racconti di altri viaggi, socializzazioni, confronti. Io curioso fra i fornelli, parlo di cibo, aiuto a preparare, acceco chiunque con la lampada frontale: il fatto è che vorrei vedere tutto, fare tutto, scoprire particolari, e nel buio pesto non è facile nemmeno capire se la nostra carne è già cotta oppure meno.
Lì nel mezzo del Kakadu, peggio che nelle città, alle 21 la giornata è finita da un pezzo e la notte cala prepotente portando almeno qualche stella che spunta fra gli alberi. La notte è ricca di tempo per indagare animali, passeggiare fin giù ai bagni, trafficare con gli opossum nascosti fra gli alberi, godersi il luccichio degli occhi dei grossi ragni che a centinaia escono allo scoperto.
Qualche ululato dei Dingo tormenta il fragile sonno sui sottili materassi sui quali siamo sdraiati dentro al nostro sacco a pelo (no, pare non ne facciano della mia dimensione e così il fresco della notte lo sento tutto sulle spalle rimaste scoperte), poi qualche uccello ci sveglia ancora, poi è il turno di Adam che passa alle 6 a bussare ad ogni tenda per ricominciare le operazioni di cucina, lavaggio stoviglie, caricamento ed esplorazione.

Fatica e sonno si sentono poco e solo alla sera, il resto è pura curiosità e per qualche aspetto paura come avvistando un serpente poi catturato grazie alla guida o come quando ti avvedi di come alcuni cucinano o lavano i piatti…

Nessuna connessione col mondo comune, con casa, con il lavoro e così ci si distacca da tutto il resto: il telefono qui lo usiamo solo come macchina fotografica e tenendolo in modalità aerea la batteria dura più di 3 giorni. L’umore si alza via via per effetto delle soddisfazione per un cammino completato, per una conoscenza acquisita e l’unione del gruppo si consolida rendendo più vivo e facile il lavoro di Adam comunque sempre attento e scrupoloso a mettere in guardia, raccontare, spiegare i segreti delle piante da usare per mangiare, bere, curare: ha deciso di fare questa vita cambiando la sua precedente. Giù in città era un addetto alla videosorveglianza mentre adesso vive sporco di terra rossa, perennemente sudato, intento a riparare, preparare, trasportare, spiegare, tradurre. Le sue battute un po’ sciape terminate col sorriso inspiegabilmente lasciato sdentato sono statee un efficace diversivo; lungo il cammino sui sentieri di sassi ho perfino imparato a capire il suo inglese. Gli ho chiesto di parlarmi degli aborigeni, delle loro condizioni attuali, della loro integrazione e dei loro usi: sotto al cappello di pelle di canguro reso scuro da polvere e sudore ho intravisto però una parte di storia non detta, una sorta di imbarazzo che non ho ancora bene isolato ma che sono certo abbia a che fare con quanto ho già notato specie a Darwin e su cui ho intenzione di leggere, indagare ed appuntare.

Il tour termina lentamente dopo 3 giorni densi di paesaggi, rocce ed animali mai visti: “questo per noi è l’inverno più strano che abbiamo mai vissuto” è questo che ho detto al gruppo quando tutti seduti in circolo abbiamo cominciato a parlare.


Il gruppo, ora che siamo sulla strada del ritorno è tronfio, sporco e selvaggio:
negli zaini abbiamo panni sporchi di terra e si canta, ci si scambiamo indirizzi email e foto di gruppo. Si canta più forte non appena Adam urla ed esulta per aver riguadagnato l’asfalto lasciandosi alle spalle quel bellissimo inferno delle strade sterrate che tagliano il “territorio”.
Così come si era composto il gruppo va sciogliendosi tappa cittadina dopo tappa cittadina, hotel dopo hotel. Ci salutiamo via via solo dopo aver appuntato un saluto ed un ringraziamento sul quaderno del ragazzone sdentato.

Se chiudo gli occhi sento il rumore dell’acqua di recupero che straborda dalle cisterne piene: sono infreddolito, in maglietta e pantaloncini e sono scombussolato dal sonno interrotto. Nel chiarore dell’alba, rimango immobile sperando si fermi anche il vento, che mi lasci scaldarmi un po’. Poco più in là un gruppo di wallabies mi guarda fra curiosità e paura: sono fermi, immobili proprio come me, incuriositi dalla forma e dalle abitudini dell’altra specie. Nessuno muove un passo né fa rumore e così rimaniamo come impigliati nell’attesa di qualcosa che non conosciamo, nella meraviglia di una vicendevole, inutile, incompleta eppure bellissima scoperta.

C’è una gioia nei boschi inesplorati, C’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, C’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato. Io non amo l’uomo di meno, ma la natura di più. (George Gordon Byron)

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