Alghero

No Comments

Questo post è stato letto 12 volte!

Una vecchia canzone parlava di Alghero, in compagnia di uno straniero.
Credo fosse Giuni Russo, con il taglio di capelli innovativo, con un concetto di rottura, una voce potente ma femminile.

Alghero per me invece lavoro dopo aver tagliato la Sardegna tutta in 24 ore fra Cagliari, Oristano, Sassari e poi finalmente Alghero, al riparo dal ritmo forsennato di lavoro, dai tanti incontri, dalle strette di mano e chiacchiere, dai sorrisi di opportunismo e dalle rassicurazioni che poi si trasformano sempre in qualcosa da fare, per me.

Alghero ha l’aspetto e l’atmosfera di un posto di frontiera, il sapore di una mistura importante: si parla il catalano, segno che l’influenza spagnola, la catalogna, Barcellona, sono in qualche modo ancora presenti.

Piccola ed organizzata la città nasce per un turismo elitario diventato di massa negli ultimi anni determinando, di fatto, la creazione di attività commerciali di livello medio basso ed un microcosmo di persone e situazioni alle quali prima i locali non erano abituati. Quello che era parso come un salto di qualità, almeno numerico, si è trasformato in realtà in una sorta di importante boomerang che tornando indietro ha portato con se una bolla immobiliare, centinaia di negozietti delle pulci, esercizi alimentari non ben definiti che servono pizza, kebab e pasta in senso lato ed affaristi cinesi che ostentando coralli dai prezzi inferiori alla plastica.
A cambiare tutto questo, mi dice il collega, è bastato un accordo con Rayan Air che volando appunto su Alghero ha massificato il turismo sbarcando però anche i turisti rappresentati dall’accezione più negativa del termine attualizzato.

Ecco, questa è l’Alghero riassunta divorando una crema catalana (appunto) e bevendo un cappuccino.
Ieri era tardi quando sono riuscito a prendere sonno : la desolazione del ristorante dello stabilimento dove ho cenato mi ha agitato.
I camerieri erano attenti e qualche cliente c’era pure ma io non sono riuscito a calmarmi nemmeno davanti al quel cumulo di cozze che finalmente alle 22 m’era stato portato.

Tornando indietro quelle spiagge deserte, quegli stabilimenti denudati di ogni suppellettile e quel mare in silenzio m’avevano fatto sentire svuotato, vuoto come le strade dove risuonavano solo le mie scarpe, dove potevo solo immaginarmi l’estate ed il vociare delle persone che invece credo affollino gli stessi posti.

Eppure, quell’agitazione, quel non rumore, quelle luci sbiadite dall’umidità della notte avevano il loro fascino, simile a quello dell’altra canzone, Il mare d’inverno (Enrico Ruggeri stavolta).

Stamattina sono uscito da porta catalana sul porto: nel piccolo arco è ricavato uno strumento utile a qualche previsione meteo a mio parere piuttosto approssimativa e, dal lato opposto, una madonnina alla quale raccomandarsi nel caso in cui lo strumento dovesse indicare una brutta giornata.
Il porto non è piccolo e stipato di imbarcazioni medio grandi a sostegno del turismo elitario che nel frattempo è ancora una volta tornato a dominare (Rayan air non ha più l’accordo con l’aeroporto).

Mura giallastre e piccoli merli sembrano cullare l’ansa del porto; piccole scale portano sulle mura stesse sulle quali si scopre una Alghero più storica e pittoresca: ristrutturate piccole case diventate signorili rifugi per bevitori, piccoli villini vista mare, localini che si atteggiano ad esclusivi dove poter mangiare. Tutto in contrapposizione con la città anni ’70 che si distende all’altro capo ed ancora più differente da quella più recente dove ho dormito.
Mi hanno spiegato che qualche anno fa questi metri di mura erano degradati e le case dal costo simile al regalo, che ristrutturazioni piuttosto recenti ma fedeli alle origini hanno riqualificato il tratto rendendolo di fatto esclusivo e costoso.

Dopo i primi metri e dopo aver assaggiato la vista aperta che si gode sul porto dalla base della statua della Madonna protettrice ho proseguito a passeggiare sulle mura giallastre. Dietro l’angolo, d’improvviso, il maestrale mi sferzava lasciandomi sulle labbra una salsedine non fastidiosa.
Un vento mattutino ed irregolare, a tratti forte, un vento che costringe a strizzare gli occhi guardando avanti.
Catapulte e cannoni schierati sulle mura con tanto di pallottole in pietra: segni di un difesa che un tempo era strenua ma efficacie: sotto soltanto microscopiche calette e qualche colpo sparato malamente, troppo corto, oppure forse depositato li perché anticamente era da lì che si sparava.
Un mare pulito, un giorno pieno davanti e nessuno a goderne.Il collega parlava ma io non lo capivo: io ficcavo gli occhi all’orizzonte; puntavo lo sguardo ora verso Barcellona, ora verso Marsiglia, pensavo al coraggio di quegli anni, pensavo a che effetto potesse fare quel tratto di mare ora piuttosto calmo se affrontato di notte, con carte approssimative, col solo motore umano di qualche remo, armati di santa pazienza e niente di più.
Cosa spingeva l’uomo ad andare, a conquistare sfidando mare, maltempo, culture differenti? Quali potessero essere le emozioni di chi andava lasciando che il mare aperto gli divorasse lo sguardo?
Era questo che abbassava il mio livello di attenzione, il volume della voce del mio collega appassionato della città, della sua storia, profondo conoscitore degli equilibri politici e sociali di un piccolo ed importante centro.
Ma io guardavo il mare, sfidavo il vento e nel bavero giocavo ad organizzare una difesa contro le navi che arrivavano scure dall’orizzonte, pensavo ad un viaggio, ad andare per mare alla ricerca di qualche spezia, molto più lontano che a Barcellona.
I miei uomini mi avrebbero seguito, avrebbero avuto fiducia in me, nella mia rotta? Quando lasceremo il mare, pensavo, la gente festosa attorno ci saluterà: dalle casette basse sventoleranno fazzoletti, ci augureranno di andare e tornare. Con la barba ben rifilata rimarrò serio prendendo il mare, girandomi e salutando tutti con un rapido gesto.

Facciamo colazione allora? Ah già, la storia è tutta un’altra, qui ci tocca andare in ufficio e non c’è né mare increspato né uomini da tenere a bada e convincere a veleggiare.

Qua la questione è molto più semplice. Io passavo lenta la lingua sulle labbra raccogliendo il sale donato dal Maestrale del mattino.
Che ci credano o no prenderò il mare, andrò lontano, non staro qui a pensare solo a giorno per giorno, ad un lavoro ordinario, ad una esistenza riduttiva.

alghero, madonnina del porto

Alghero, le case sopra le mura del porto

Questo post è stato letto 12 volte!

Condividilo....Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Email this to someone

Lascia un commento

Devi essere connesso per commentare.

Pagina 1 di 11

free counters