Mescolare

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Ma nonna, riprodotta fedelmente con AI nella nostra cucina a Roma, Montesacro.

Mi sono sempre chiesto dove vadano i gatti sui cavalcavia, che facciano di notte sul GRA di Roma, cosa li spinga ad allontanarsi così, non essendo randagi, essendo invece ben curati, visti pure i rischi che le loro carcasse spesso testimoniano.

Come i delfini che vanno a spiaggiarsi, forse per morire, forse perché solo malati, anche i gatti, in tangenziale, fanno qualcosa del genere?

Ieri una brutta giornata di depressione lavorativa, così che alla sera mi venissero in mente solo le canzoni di Morandi, Umberto Tozzi o dei Pooh: diciamo un vecchiume non ben determinato ma senza dubbio un indice di malessere. Quantomeno non ancora a livello: mi viene in mente di canticchiare Masini.

Ho ripensato a quella nota teoria, che poi è la mia, secondo la quale potresti rispondere al 95% dei post sui social network usando solo due frasi, a scelta:
mortacci tua, inteso come: ah si? proprio tu parli? oppure scrivendo: sti cazzi! che per chiarirlo ad eventuali non romani non è “me cojoni” ma appunto un: non ci interessa!
Nessuno sa perché si festeggi il carnevale, fa sempre sentire ridicoli mascherarsi e da adulti, ripensare alle maschere indossate da bambini, fa molto sentire stupidi: basta, smettiamola, specie da adulti.
No, gli scout non sono mascherati in stretto senso ma purtroppo lo sembrano. Adulti mascherati da bambini e bambini mascherati da adulti. in ogni caso siamo nel campo del risibile. Quella è gente che poi incontri sul treno, sudata, in calzettoni con 3° fuori, bastoni in mano e…magari non sanno come aprire la porta del cesso sul treno però oh, canti di gruppo, capacità di orientamento super; doccia no, non pervenuta.
Carnevale:
pro, le frappe e più ancora le castagnole
contro: chi le chiamar chiacchiere, chi le vuole al forno.
Uscendo di casa ho lasciato una caramella sul cuscino del letto di ognuna delle bambine, non le vedrò stasera al loro rientro perché sarò agli allenamenti con la squadra. Mi piacerebbe vedere le loro facce, sentire la loro voce in quel preciso momento.
Io mi ricordo lo sportello della credenza che chiudeva a fatica, forzando, quello dove mia nonna mi lasciava l’ovetto kinder. Ricordo il rumore di strusciare fra anta e struttura, quella forzatura, quel suo gesto di cura chiarissimo in mente.

Quando lei morì ero così svuotato che non sapevo dove andare: guidai la moto per mezza giornata, senza meta, per Roma, ed avevo in mente io e lei col carrello della spesa, risalendo le scale di casa, tutte le rampe, 65 scale da contare con le mani che si segnavano di rosso ed io che dicevo che non faceva niente, per aiutarla e non sentire il suo sforzo ad ogni gradino quando con le ruote cigolanti del carrello li scavalcava via via a fatica, arrancando, così che l’unica soluzione fosse appunto prendere con una mano il carrello da sotto, segnandomi le mani ancora giovani per via del pesl.
Riposati un po ora, mi diceva: no nonna, possiamo continuare.
Oggi ho le mani più dure, il cuore più molle.

Ho una paura consapevole del mio futuro come padre, già in parte troppo vecchio, ho paura di quando e quanto le mie figlie mi saranno distanti nel loro processo di naturale adolescenza; ho paura che le avrò fisicamente vicine da poterle toccare eppure da di sentirle distanti: per crescere, per lanciarsi, mi spingeranno via come ogni adolescente, per andare al largo nella vita, ha spinto da sempre via i suoi genitori: sbuffando, annoiato, non comprendendo certe dinamiche o domande, capendo troppo tardi.

Ho spiegato a mia madre cosa è l’intelligenza artificiale, come ho descritto la foto che vedete qui in testa, che in sostanza ritrae mia nonna dentro la sua cucina a Roma, Montesacro. Ho chiarissima in testa quella scena, ripetuta mille volte al mio ritorno da scuola.
Mi sento meglio ora nonostante una settimana di rabbia per la miseria degli abusi di potere, della grettezza della gente che pensa sempre di poter dire, fare, insegnare mentre è solo ignorante e sospinta dal vento del nepotismo.

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