Chissà perché, anzi, poi, lo so.

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camino

Il fuoco crepitava e sul tuo viso c’ho visto le fiamme che col fuoco non c’entravano niente. La fuori c’era un freddo infame ed un vento che tagliava le orecchie.

Ma noi c’eravamo rifugiati dopo l’ultimo sole, preso lì sul marciapiede, abbarbicati sotto la collinetta mutilata dai lavori delle costruzioni. E la cena sapeva di sapore ed ogni gesto di famiglia ed abitudine. Io c’ero e tu con me.
Le castagne ed una serata che pareva di cento anni fa, di un presente bello e d’un futuro che non credevamo potesse promettersi.

Adesso è inverno anche qui e ci rincorriamo un po, “con le nostre discussioni serie si arricchiscono le compagnie telefoniche”, e ci manca un’ alba sul Gra di quelle che ti ho raccontato e poi uno di quei tramonti come quello che mi inseguiva nel retrovisore della macchina mentre arrivato lì da te.

Certe volte lo racconto ed i miei amici dicono : “che bello”, tirando a lungo la “o”, ed io parlo con la faccia emozionata spaventata chissàPerchéAnziPoiLoSo.

Poi riprendo fiato, raccolgo le idee, qualche dubbio bellissimo, prendo su il telefono ti chiamo, parliamo e pare che i tasselli vadano a posto, che le giornata prenda forma e che quel magma di confusione non mi strangoli, che il lavoro con i problemi sia lontano, che ogni palla lanciata delle mie squadre finisca a canestro.

Mmm… un racconto accennato, una bozza spezzettata, qualche parola morsicata, un abbraccio rimandato, un giorno infreddolito, un ricordo saporito, una rima scivolata.

Lo-ret-ta.

 

 

 

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