Ricordi ad una piazza

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Niente, non ce la faccio ancora. Non ho fatto ancora in tempo a districare le bozze, a mettere in fila ordinata parole e foto così da chiudere il quaderno odeporico del viaggio in Borneo.

Osservo la città mentre l’alba non è ancora arrivata, mentre le strade sono più calme: il martedì parto da casa di mia madre mentre mezzo mondo ancora riposa.
Tutto questo credo sia una sorta di regalo per lei: un solo turno di allenamenti da gestire, il lunedì, la cena da lei rientrando infreddolito, quei sorrisi e qui piatti stracolmi preparati “perché rientri stanco ed hai fame“, i cruciverba da correggere come al solito, quattro chiacchiere semplici.

In tv girano notizie col sapore da 1914 fra omicidi di ambasciatori e guerre sante estrinsecate in attentati ai mercatini di Natale. Così mi sento come credo si sentirono le persone che vissero seppure a distanza la notizia dell’assassinio dell’arciduca Fracesco Ferdinando.

Ho dormito male nel letto della mia cameretta. Una piazza sola non basta più e mi rende irrequieto. Dormire lì mi ricorda quelle sere con le partite di calcio in TV, io e mio padre rastremati non so come su quello stesso letto che ora non basta nemmeno per me.  Mi ricordo che ero felice che passassimo tempo insieme seppure in silenzio. Mi ricordo, ripensandoci ora, che quello mi bastava anche se subito dopo lui finiva per addormentarsi azzerando del tutto le interazioni.
Che stupidi eravamo a non dirci nulla, a non parlarci. Né parole né gesti: fermi immobili nel nostro gesso da duri. Poi il tempo è passato, le parole sono andate via per sempre e nessuno di noi due era pronto davvero.

In camera sua c’è ancora la radiolina sul comodino. Quando vado a salutare la sua foto spesso l’accendo per sentirla ancora gracchiare, cercando di suonare fra una stazione e l’altra.
Mi ricordo quando saliva in camera sua, dopo cena, e s’addormentava così, nel frastuono di quello che pareva un ronzio di mosche metalliche con sottofondo di comunicazioni radio di guerra. In realtà era la radiocronaca della partita di calcio: il tempo era già passato ed in tv non trasmettano già più partite di calcio che non fossero a pagamento. Io nel frattempo rincasavo più tardi dalle uscite serali e s’era perso anche quel silenzio davanti alla TV, nel piccolo letto. s’era perso quel complicato concetto di insieme.

Quella piccola radio funziona ancora oggi con le stesse batterie che anni fa ci mise lui dentro.

Io non so che cosa farò quando andrò ad accenderla e quella non s’accenderà più lasciandomi capire che quelle pile, proprio quelle, saranno ormai scariche.
Sarà un segnale, un significato che non so capire ora, pensandoci in anticipo, né tanto meno saprà gestire al momento dovuto. Sarà un ignoto, ancora uno.
Sono andato a dormire con questo misto nella testa al quale s’è aggiunta qualche inestricabile definizione del cruciverba di mia madre.

Ho dormito male nel piccolo letto; ho stirato i muscoli della schiena sedendomi meglio, impettito, al volante delle piccola Yaris.
Intanto l’alba, sul g.r.a.

 p.s. manca la foto che avevo scattato. Io poi non ce l’ho fatta più a pubblicarla.

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