Mulu Park

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strada verso mulu

Se vi foste mai chiesti come fosse la terra ai suoi albori sappiate che la risposta neppure troppo celata è qui al Mulu park.

Mulu non è una città, Mulu non esiste.
Una pista di atterraggio che ricorda quelle allestite a Keh San, in Vietnam durante la guerra, si staglia nel verde brillante di una foltissima giungla. Una lingua di asfalto per piloti espertissimi dove piccoli e rumorosi aerei bi-elica fanno manovra per prendere la rincorsa utile al decollo o per invertire la direzione una volta arrivati, per far scendere passeggeri e bagagli. Un’unica sala accoglie zaini e provetti esploratori inclusi, in questo caso, un gruppo di documentaristi inglesi. con al seguito centinaia di kg di attrezzature.
Da li in poi si prosegue solo per il parco: il resto è imperscrutabile vegetazione, canicola, orizzonte tremolante causa calore che risale da terra.
Niente cartelli, niente taxi, niente bus, nessun villaggio, neppure piccolo: solo un’operosa comunità di piccoli e scuri malesi che offre per 5 myr (1 euro circa) il trasporto fino all’ingresso del parco.
Lungo l’improvvisata strada, lungo il falsopiano che serpeggia verso l’ingresso di quello che parrebbe un parco giochi per esploratori si possono trovare alloggi offerti dai pochi abitanti di quelle aree: per lo più palafitte sul fiume che pare prendere aria appena uscito dalla fitta giungla. E’ possibile altrimenti trovare alloggio nei bungalow invero più dotati ma comunque privi di veri comfort, sistemati appena dentro l’ingresso del parco.

Senza prenotare con largo anticipo non c’è speranza di trovare posto internamente ma tutto sommato visto il costo di oltre 200 myr e visto che spesso occorre dormire con altre persone, il fatto che fossero al completo si è rivelato un colpo di fortuna: anche li non potrete aver corrente elettrica se non per qualche ora per cui c’è da dimenticarsi di frigoriferi, ventilatori, condizionatori e connessione internet che invece sarebbe anche offerta ad una velocità esasperante da renderla inutilizzabile oltre che fortemente instabile.
Poco distante c’è il famoso Marriot hotel, perfetto ed occidentale, un vero intruso con tanto di piscina, servizio navetta e quanto altro desidererebbe un annoiato turista sbarcato li perché spinto da chissà quale consiglio.
Rimane da chiedersi perché mai chi decide di venire qui accettando questo “regresso”, decida poi di spendere oltre 100 € a notte per quel posto; rimane da chiedersi, ancora di più, a quale costo ambientale sussista quella struttura.
Nelle River Lodge, di fatto palafitte costruite sulle fangose sponde del fiume, le soluzioni non sono molte ma è più facile trovare posto: nessuno rimane infatti per più di 5 giorni nel parco: stanchezza, varietà delle escursioni da fare, condizioni meteo ed in ultimo perché il biglietto stesso del parco dura un massimo di 5 giorni (costo irrisorio di 30 myr).
Comunque vada non ci sono acqua corrente né elettricità: grosse taniche di plastica blu raccolgono acqua piovana e l’acqua del fiume che durante il giorno viene scaldata dal sole, rumorosi generatori, per 5 ore al giorno, forniscono instabile elettricità ai piccoli alloggi mentre un elicottero fa la spola portando viveri considerato che oltre qualche pollo e qualche verdura sulle rive del fiume non si riesce a produrre.
Il nostro alloggio è subito prima l’ingresso del parco, salendo a sinistra, ed è il primo a farci un effetto decente dopo quello di un sordo signore anziano che ci mostrava la sua casa speranzoso ma che aveva poi ricevuto un diniego sempre più fermo ad ogni porta che andava aprendoci rilevandoci pavimenti sporchi, muri scrostati, bagno con residui di feci.
L’odore di candeggina annusato dalle mani della signora che ci ha dato le chiavi per visitare la stanza ha rivelato un’idea di igiene più vicina a quella occidentale. Scopriremo poi che siamo i primi clienti non del giorno ma dell’attività, che prima di noi nessuno aveva mai dormito li. Le condizioni paiono infatti migliori di quanto visto prima così come il legno delle porte e quello sul pavimento che pare più robusto ed asciutto. L’assenza di scarichi (tutto finisce sotto la casa stessa con le da conseguenze di salubrità e stabilità) vanifica tuttavia la durata della struttura destinata a collassare su se stessa nel giro di qualche anno considerata anche la precarietà di partenza: tolte le scarpe e preso a camminare verso la prima piccola stanza a sinistra, tutto traballa e da dentro la stanza si sentono le chiare vibrazioni degli altri che entrano ed escono.
Accettiamo e sarà un bene considerato lo stato fisico derivante dalla poca strada percorsa zaino in spalla, percorsa sotto un sole violento e considerato il sudore speso causa caldo atroce patito per preparare il piccolo zaino, porzione di quello più grande e totale, utile all’escursione di poco dopo.
E’ possibile avere un ventilatore? Si, alle 18. Perché alle 18, per favore me lo porti subito.
Il suo sguardo incredulo per la mia insistenza di lì a poco sarebbe stato spiegato: senza energia elettrica cosa ci fai con il ventilatore? Dalle 18 alle 23: 5 ore nelle quali usare ventilatore, caricare cellulari e macchine fotografiche, nelle quali la signora col favore della luce elettrica rivaluta la situazione del frigorifero: un apparecchio vecchiotto nel quale inserire qualche cubo di ghiaccio arrivato con l’elicottero e lastre di polistirolo utili a mantenere la temperatura durante il giorno. Il frigorifero, nella realtà, non è attaccato alla corrente elettrica perché nel breve tempo ogni giorno non riuscirebbe a raffreddarsi e di contro consumerebbe quasi tutta l’energia del gruppo elettrogeno.
Noi, la signora che gestisce la piccola struttura, sua figlia, serpenti grassi e silenti ai piedi degli alberi accanto e visibili dal piccolo ponte che separa la casa dalla strada principale. Alle spalle della casa invece il fiume che scorre lento e che da vita all’improvvisato microcosmo.
Dal banco di accettazione del parco, dopo il ponte traballante, sistemato sulla sinistra ed unico punto veramente attivo, al passo con i tempi, è possibile acquistare pacchetti o singole escursioni: quello è anche il punto di partenza ed arrivo, di incontro con le guide ufficiali.
Nonostante i liquidi persi nella presa di possesso della piccola stanza ci lanciamo verso un’escursione di qualche km che dalla più o meno rassicurante passerella di legno che si dipana dall’ingresso  e che ci porterà alla parte di sterrato e poi giù, nelle grotte buie abitate da milioni di pipistrelli: formazioni calcaree di un certo rilievo e difficoltà si aprono sotto i nostri piedi rivelandoci un mondo più grande del previsto, una varietà di odori e temperature, di storie ed animali per i quali le guide si spendono a dire e raccontare.
La maggior verità, la meraviglia del Mulu Park è che è abitato da pericolosi insetti di vario genere, serpenti mortalmente velenosi e che li la vita sembra essersi fermata alla preistoria: le vipere del Borneo sonnecchiano sulle foglie degli alberi così che pure camminare in linea sulla passerella possa essere realmente pericoloso: il loro veleno uccide e lo fa velocemente. Lungo il mancorrente della passerella di legno, soprattutto alla sera od alle prime luci dell’alba, camminano attraenti e fluorescenti bruchi pelosi: urticanti, sono urticanti. Nulla è amichevole, nessun animale, seppure come il diavolo sa rendersi attraente: è inutile spendersi cercando parole che possano descrivere oppure nelle selezione di qualche foto che pure pubblicherò: venite qui, ve ne prego.
Il rumore della giungla è a tratti assordante e trovando riparo dal caldo sotto la fittissima tettoia di alberi è un continuo scorgere forme in movimento: ora sugli alberi, ora fra le foglie gigantesche cadute in terra, ora negli spazi fra i singoli alberi.
Io non so, non posso e non voglio spiegare più di tanto: qui la natura è l’archetipo di se stessa. qui l’uomo ho idea ci sia da pochissimo tempo e che non sia per niente benvoluto.
Le escursioni possibili sono in realtà abbordabili per una persona di giovane età e discreto stato di salute: nessuno sforzo è richiesto se non la caparbietà e la curiosità, un forte spirito di adattamento.
Seduti ad uno degli incroci, rientrati dal circuito sterrato, aspettavamo che i pipistrelli uscissero dalla grotta per il loro giro serale: milioni di pipistrelli, capaci di far praticamente scomparire le zanzare (almeno una buona notizia). Ci hanno dato buca invece lasciandoci increduli ad un ritorno verso casa più difficile del previsto: la guida ha salutato tutti ventilando appunto la possibilità che i pipistrelli potessero mancare l’appuntamento e lasciando a noi la scelta di provare a rimanere ancora un po considerato che ormai, il percorso di circa 4 km, risultava tracciato dalla passerella in legno.
Mai sarebbe stato possibile intendere che la notte sarebbe letteralmente caduta dopo poco lasciandoci a brancolare con le inefficienti luci dei cellulari: le altre chiuse nello zaino più grande rimasto nell’alloggio considerato che l’escursione sarebbe dovuta terminare prima del buio.
La foresta è torva, buia da intimorire e guardando indietro è buio come quando si chiudono gli occhi.La luce delle luna non riesce a penetrare fra la vegetazione e di notte i rumori aumentano lasciando all’immaginazione il compito di attribuirgli una forma. Così si cammina lenti, imparando da subito le regole piuttosto severe dell’ambiente li attorno: il timore è che si scarichino i cellulari, che si rimanga senza luce e così proviamo a tenere le mani sulle bordure della passerella: un barlume di intuizione ci suggerisce però di illuminare la zona di contatto: insetti urticanti si godono l’umido del legname rendendo inutilizzabile quel metodo. Provate voi quindi nel buio pesto a mantenere una linea, a cercare una direzione.
Insetti stecco, insetti foglia, bruchi colorati urticanti, scimmie, serpenti e grida a metà fra latrati e chissà che altro. Un fascino selvaggio, spaventoso eppure appunto definitivamente attraente: stanchi, con le gambe dolenti dalla camminata , la sera riparavamo nel molle letto della nostra stanza.
Solo una notte ho pensato davvero fosse arrivato quel viaggio, quello più forte del fisico, quello che fa capire ad ognuno di noi, è solo questione di tempo, che si è stati sconfitti e che occorre ripiegare da li in avanti su qualcosa di più facile. E’ come un giro di boa e prima o poi arriva per tutti gli appassionati di viaggio.
Un nasi goreng divorato alla piccola locanda del parco con la convinzione che il cibo sarebbe stato un minimo più controllato ed una notte del tutto da dimenticare passata nel buio totale della palafitta, brancolando nel bagno buio potendo sfruttare la sola acqua del fiume… Brividi di freddo, naso congestionato (non ne so ancora il motivo), vomito e coliche a raffica per almeno 4 ore meditando di dover chiamare l’elisoccorso oppure di ricorrere ai rimedi che la signora affittacamere aveva proposto: un salvifico vix VapoRub inutile alla causa ma meravigliosamente generoso considerato che per loro, quella, era la più potente medicina posseduta da un decennio a questa parte.
Di fatto si è rivelato fondamentale l’antibiotico portato da casa (bimixin): inefficace in Italia per via del fatto che i batteri sono assuefatti agli antibiotici vari ma appunto potentissimo in Borneo dove i batteri non ne hanno mai visto uno.
In aggiunta la spettacolare 100 +, bevanda al limone, quindi astringente, sicura perché imbottigliata ed economica: bevete solo quella perché disseta, è sicura, pulisce, astringe, forse svita anche i bulloni, non ho provato.
Ricorderò per sempre le urla dal letto per farmene consegnare una bella fresca estratta dal finto frigorifero e la signora che dapprima non capisce e poi si affretta a portarmene una.
Il mattino dopo è colazione leggera così come richiesto: una omelette semplice con tanta tanta cipolla che, direbbe mamma, è diuretica. Per lei, per la signora, era un gesto di cura estremo, una attenzione mai riservata considerato che saremmo stati clienti per giorni. Per me, per il mio stomaco un nuovo durissimo esame.
Poi escursione, sugli alberi, fra ponti sospesi e non troppo traballanti, fra chiome regali e verde fitto, fra vegetazione che da terra non avremmo compreso, fra insetti e tentativi di riprese con la Gopro: ne vale la pena, una escursione non proibitiva seppure capace di stimolare vertigini, un’escursione che aiuterà a capire il punto di vista di scimmie ed uccelli. Ecco, magari evitate di farla dopo una notte come la mia.
Nei giorni seguenti il parco non sembrerà più malleabile né più conosciuto ma si mostrerà invece nella sua realtà più cupa lasciandoci di volta in volta ad indagare animali ed insetti, a temere ora questo ora quel rumore, ad annotare parole delle quali ricercare il significato: non basterà e forse non servirebbe proprio un buon inglese che comunque non abbiamo perché quel parco ha una logica tutta sua che non sa di regole né di vita per come la conosciamo. Lo zio della signora che gestisce la casa è una guida che viene qui solo per qualche settimana, solo se ingaggiato via internet. Willy è un uomo grassoccio dai polpacci muscolosi di chi cammina a lungo senza lagnarsi: nelle chiacchiere dopo cena mentre pipistrelli continuano a svolazzare sopra la testa di sua nipote intenta a studiare, seduta in terra, ci spiega come il governo divori quello sparuto gruppo di indigeni, come vengano ignorate le loro necessità a discapito di quelle del direttore del parco, ricco uomo di affari a detta loro senza scrupoli. Affrontando l’intorno con occhi diversi scopriamo in effetti quanto era, o meglio sarebbe stato, già chiaro dai primi passi. Il parco, inteso come struttura turistica e ricettiva, come costruzioni civilizzate sta divorando quel gruppo etnico, quegli usi, quelle case improvvisate che cercano di resistere diventando ricettive per i turisti nonostante non vengano aiutati da governo locale. Un pannello solare del quale racconto e spiego per quel che so a Willy li aiuterebbe ed i suoi occhi divaricati dall’interesse mi spingono ad immaginare di aiutarli, a scrivere di loro e così mi lancio in una buona ma difficile ed inavvertita promessa di sostenerli finendo per rammaricarmi subito dopo. Non avrei dovuto e lo so da me: ci penserò per tutta l’escursione che di notte ci poterà per qualche km dentro il cuore del parco quando nel buio pesto Willy ci dice solo di cominciare a correre se lui comincia a correre e di stare in silenzio se vogliamo vedere animali notturni. La notte è selvaggia e palpabile, rumorosa di versi e pericoli così che dietro i passi sicuri della nostra guida si cammini comunque guardinghi come credo abbiano fatto tutti i soldati durante la guerra del Vietnam. La sua luce frontale, potente come mai ne avevamo viste, rivela ora insetti, ora ranocchie dal verso che pare un latrato di un cane, ora minacciose e mimetizzare operose formiche rosse: forse l’esperienza migliore fra tutte le escursioni seppure “di frode” considerato che non è ufficiale, non aperta a tutti nemmeno pagando perché considerata troppo pericolosa causa smarrimenti possibili per via del buio e pericolosa per il gran numero di animali che di notte escono alla scoperto. Ai locali è permesso accedere al parco in zone ristrette per un accordo con il management del parco e tramite lui appunto abbiamo potuto avere accesso a quella notte nella giungla. I locali invece per entrare nel parco dove in passato giravano incontrastati e liberi sono costretti come un qualsiasi turista a fare un biglietto di ingresso.
Tornerò e ne sono certo: scrivendone ho reso almeno in parte onore e verità a Willy. Tornerò, ne sono certo, perché il Mulu Park cambierà fosse anche in peggio per quelle logiche commerciali che mortificano la natura, oppure cambierà in meglio divorando la voglia di guadagno ed il turismo occidentale che invero ho visto come rispettoso ma come scusante per persone poco innamorate degli alberi, degli animali e di tutto quello che anima il parco.
Ossuti malesi pagaiano con improvvisati bastoni spingendo barchette in legno piene di curiosi turisti: lungo il fiume emaciato e limpidissimo che passa dietro il nostro stentato alloggio una verdissima e più aperta natura ci guida verso villaggi a metà fra autentici atolli ed avamposti turistici. In alcuni tratti è necessario scendere e spingere la barca finita in secca: il motore si usa a tratti così che il prezioso carburante si consumi solo se serve. Il caldo fiacca le forze ma su tutto vince la voglia di andare e scoprire case lungo il fiume, vite inimmaginabili nelle quali sognare di immedesimarsi. Famigliole fanno il bucato accovacciate lungo la riva, bambini nuotano al netto di regole, scuole, istruzione, sicurezza, alcuni grigliano non so cosa poco più dentro le rive fangose. Forse mi piacerebbe starmene li a lungo, affrancarmi da quello che conosciamo ma la civiltà ci ha rammolliti, ecco la verità, e non saremo più capaci di essere qui e non avere davvero il biglietto di ritorno.
Mi piacerà tornare fra qualche anno, passare tempo senza sete di escursioni né di scoprire, calmo come il fiume che scende lento dietro gli alloggi umidi, dietro il bagno dove credevo di svenire, dietro l’ombra di alberi fieri nonostante tutto, dentro quelle storie di famiglie semplici e uomini dall’età indecifrabile causa fatica, sole, scarso cibo.

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