La fase 2: lo strappo

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cucire uno strappo

La fase 2.

Così chiamano questi giorni, la riapertura dopo le tante settimane di chiusura, di decreti e precauzioni. Su pressioni sociali e politiche il governo ha scelto, invero senza troppi dati, di riaprire tutte le attività ed il timore è appunto che i contagi tornino a salire.
Mi fa male che le pressioni ci siano state da più fronti nonostante gli innegabili molti aiuti varati dal governo, prescindendo dal credo politico. Mi fa male che il commercio, le logiche commerciali, quelle produttive, quelle dei guadagni, abbiano guidato le scelte.

Non i dati: le logiche economiche.

Adesso, riaprire è possibile ma molti lamentano che sono rimasti chiusi per settimane, che devono spendere soldi per riaprire e che “conviene” rimane chiusi. Un paradosso, un’espressione contraria alle lagne delle settimana scorse nelle quale si voleva riaprire.

Non ne faccio un caso politico, ne faccio un caso ideologico, etico, filosofico.

Questo virus ha messo in crisi tutti gli stati, tutti i governi.
Ci stiamo affannando non a cercare soluzioni ma il modo per tornare alla “vita di prima”.
Il problema, invece è la vita di prima.

Dovremmo pensare nuovi paradigmi, nuove maniere, nuovi strumenti, nuove abitudini: quanti, per esempio, hanno capito spalancando gli occhi, quanto sia possibile, bello, produttivo, rigenerante lavorare da casa?

Abbiamo la possibilità di rivedere quanto avevamo messo in atto, di immaginare daccapo le nostre vite, gli equilibri internazionali, l’industria, la sostenibilità ambientale, il concetto di tempo, di bisogno.

Possiamo scegliere di ripartire tornando indietro, di portare avanti le nostre vecchie idee, le nostre città inquinate, le nostre foreste malate.
Oppure possiamo accettare lo strappo, ricucirlo, ma convinti di dover cambiare vestiti proprio perché strappati e non più buoni.

Possiamo. Volete?

 

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