Mimosa sensitiva

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Così io mi ricordo quel caldo secco del giorno ormai già andato e noi stanchi e soddisfatti, caduti in un sonno scomodo ma irrinunciabile,  mi ricordo l’arrivo del freddo della sera in arrivo, quella chiara dispersione della terra che si riposa, raffreddandosi di colpo, come spegnendosi al tramonto.
Mi ricordo il fragore delle ruote del piccolo bus attrezzato che insisteva sulla ghiaia delle strade approssimative che si aprivano il largo, nere e sassose, fra la terra rossa del centro Australia. Sentivo tutto tenendo gli occhi chiusi, allontanando pensieri e dolori.

Avevo serrato i denti traballando sul piccolo sedile, li avevo serrati poco  prima di cadere fra la stanchezza e la soddisfazione del percorso della mattina, prima di isolarmi dalle chiacchiere sconquassate e multilingua degli altri passeggeri. Sentivo la bocca secca e la mascella stanca, l’odore della polvere sulle mie labbra e guardavo le tue, chiuse e leggere: una forma morbida, mai arrabbiata come invece è spesso ingiustificatamente la mia. Mi era capitato di mormorare nel sonno gli stessi percorsi, quelle stesse orrende parole crude e secche come sono certi rami di quegli alberi patiti che vivono lungo la strada.

Avevo cambiato posizione del corpo scostandomi un po, facendo forza su un braccio puntato sul sedile, avevo visto il mio braccio rigato bianco, di sudore, fra la polvere rossa appiccicata al braccio. Avevi sentito freddo staccata dal mio braccio sul tuo sterno e senza aprire gli occhi mi avevi preso la mano come per rassicurarmi, come per aver già capito che quel risveglio dal sonno precario c’era stato per  insofferenza, che mi sentivo agitato.
Nessuna parola.
Come una mimosa sensitiva mi ero stretto ma non per difesa, come per raccogliere invece, racchiudere, conservare.
Così io mi ricordo la sensazione delle tue unghie corte che mi sfiorano appena la pelle del palmo, la sensazione della tua mano che si richiude, delle tue dita fra le mie, ricordo di aver cercato di muovermi appena per non svegliarti, di esserci riuscito.
Così gli alberi correvano fuori dal finestrino ora più verdi ora più secchi e mi sembrava che tutto fosse lontano e dimenticato, un sogno finalmente sbiadito.

Io ricordo certi cieli azzurri ed alcuni arrabbiati, nervosi di un clima mai visto prima, altri che mi sembravano più grandi e mi ricordo chiarissimo quel giorno che accettai di non poter più scrivere o ricordare tutto quello che avrei voluto. Ricordo chiaro e forte il momento in cui avevo riconosciuto alla vita una forza maggiore di quello che avrei potuto dire e fare, di quello che sarei potuto essere. Ricordo di aver capito che di  tutti quei viaggi e di quelle esperienze sarebbe rimasto poco o comunque qualcosa di meno denso e saporito di quanto avrei voluto, di quanto avessi percepito.
Il sole si precipitava veloce nel mezzo della piana rossa mentre la radio gracchiava canzoni messe insieme senza logica in un telefono cellulare.
Io non volevo dire né fare. Avevo capito che ora non era tempo, che quella familiarità andava conservata, fotografata a mente senza cercare davvero di catturarla con parole od inadeguate fotografie.
Così mi ricordo quella sensazione assoluta, quella sensazione di stare, bastare.

Io mi ricordo l’Australia, di me e di te, di cieli aperti, di giorni liberi e spensierati, di un senso di abbandono, di meraviglioso declino e di un distacco che mi faceva pensare a certi discorsi che avevo fatto seduto in terra, anni prima, con certi indiani dalle vesti unte ma legate con eleganza.

Io mi ricordo abbracci stretti e confusione, quel sentirmi come mi sento la domenica pomeriggio d’estate, quando sono a casa dei miei e non so cosa dire, non so cosa fare e vorrei che qualcuno sentisse e capisse per non dover patire dentro quella differenza, quell’urgenza di spiegare e scrivere, raccontare.

Ecco, quando mi hai preso la mano ho sentito che era domenica pomeriggio, a casa dei miei, che non avrei dovuto scrivere, che avevi capito certe mie notti e certi risvegli, certi miei umori ingestibili.
Io mi ricordo che ho sentito che  avevi capito.

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