Gocce grasse

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Una goccia grassa e lenta, una goccia di un serie pronta a cadere senza un chiaro ritmo, scandisce un tempo invivibile.

I condizionatori piagnucolano umidità lungo la strada che dall’ufficio porta alla mia fermata del metrò oppure alla baguetteria.

Un’umidità sottratta ad uffici immobili nel centro di Roma, a stanze fatte di frasi fatte tipo quelle dei tg estivi che continuano ad esortare gli anziani ed i bambini a non uscire di casa causa caldo.
“andate nei centri commerciali”, dicono più o meno dagli anni 90, “bevete acqua e mangiate leggero”.

A metà fra esortazioni allo shopping e rimedi della nonna.

Invece credo sarebbe più semplice non dire nulla e vivere normalmente, adeguandosi, come il condizionatore x che si adegua piagnucolando umidità, svogliatamente.

Non ho voglia di scrivere (menomale, vero?) e sono sommerso da bozze incomplete, alcune fatte da frasi che quando le ho scritte avevano la presunzione di sottintendere il miglior racconto che ora, ovviamente, si è perso, sfiatato dal caldo, chissà dove.

Andremo in India, a fine Agosto, e forse avremo da scriverne qui, magari parlando di cani randagi intenti a rosicchiare cadaveri di paria che si sono lasciati morire a causa di quanto avevano fatto nella loro vita precedente.
Per ora le ferie sono lontane e vi posso scrivere solo del fatto che odio la gente che a pranzo si sente organizzata se mangia velocemente, se dice di fare una pausa pranzo di appena mezz’ora.

E’ come fare un lista di cose da fare per sentirsi organizzati ignorando poi l’essenziale fatto che quella lista è la madre delle altre, più lunghe, che verranno già da domani.
Dire di fare non è fare.

Ed allora me li trovo che ordinano il primo panino della lista del menu, senza ragionare sul sapore, senza un azzardo, un abbinamento che non sia già elencato.

Il primo panino, il più facile, lo stereotipo, archetipo addirittura . Loro non mangiano, si nutrono, loro non capiscono l’essenza delle spezie, gli odori e gli abbinamenti, l’ordine degli ingredienti da mettere in un panino, sono di quelle persone che non fanno caso all’ordine dei gusti che il gelataio spalma sul cono: è fondamentale , prima uno anziché l’altro: cambia tutto.

Potrei scrivere decide di abbinamenti per un panino croccante, da mangiare lento, a volte con un chinotto, a volte con una birra o semplice acqua, ma c’è una ragione, un ragionamento, un motivo ed un gusto nel pensarlo, mangiarlo, vederlo preparare ordinatamente, col tempo che serve.

e poi arriva lui, assiduo frequentatore (ma sempre meno di me) della baguetteria: si sente elegante e crede che radersi a fondo ogni giorno voglia dire essere ordinati.
Lui no sa che si lascia degli orribili peli sotto l’orecchio e la pelle irritata; lui pensa solo che farlo ogni giorno significhi avere una buona rasatura.
Lui pensa che stretto voglia dire elegante, visto che è magro: non capisce che quei completi sono tessuti vecchi e colori tristi, che la cravatta con il nodo così stretto e piccolo è brutta e volgare come il nodo grosso che hanno sempre i ragazzi che lavorano (????) alla Tecnocasa.

E poi lui non indossa mai la cintura. Così che i pantaloni sono incompleti, così che manca un elemento per bilanciare il colore del vestito con quello delle scarpe.
Ma a lui cosa importa?
Lui ordina il primo panino della lista, lo mangia veloce e si sente organizzato.
Poi arriva l’estate e lui ordina salmone e mozzarella, per lo stereotipo che impone un pasto leggero se fa caldo e poi via, rientrare in  ufficio.

Ed io sto male, mi innervosisco e bestemmio; lo odio e divoro il mio panino che meriterebbe invece ben altra attenzione. Divoro immaginando di pestarlo di botte, di vomitargli in faccia l’odio per la fretta ed i pasti frugali consumati davanti allo specchio di una tavola calda, sistemando una brutta cravatta che si staglia sul colore di un vestito attempato.

“Un po’ di limone”? gli chiedono preparando il panino…

“di di no o ti uccido, di di no, ti prego”, penso io..sarebbe troppo, il limone è odioso, non va mai da nessuna parte, sta male con tutto, la gente lo usa solo perché si sente dire che smorza certi sapori: ed io mi chiedo che cazzo di senso abbia prendere un sapore e poi usarne un altro per smorzarlo.

E’ un po’ come il fatto che il nuoto è uno sport completo, che la colazione è il pasto più importante della giornata.

Così anche oggi ho finito per dover andare via, per evitare di pestarlo mentre ordinava salmone ed era lì con la sua rasatura che crede perfetta, seduto mentre gli altri, senza cibo, occupavano il posto generando quel paradosso per cui chi ha il cibo sta in piedi e chi è senza sta seduto: inciviltà assolute.
Certe volte essere italiani è difficile e ci si sogna in latitudini differenti, non dico migliori.

Due passi, prima di rientrare in stanza, pensando alla vespa, un viaggio lontano, una moto nuova, i libri pronti per essere letti, le pagine che ho scritto, quelle che non ho il coraggio di raccogliere o di scrivere.

Una nostalgia che atterrisce più del caldo che c’è o che verrà, un male di stare, come un ballo di S. Vito.
Tiro avanti a Campari ghiacciati, in barba al tg ed i suoi consigli del cazzo. Qualche concerto il cui biglietto è già sul mio comodino.

Cammino sul marciapiede assolato, puntinato qua e là da gocce grasse che cadono lente e svogliate.
Incrocio turisti con una cartina in mano e precipito in depressione senza un vero motivo.

Venerdì vado ad Oporto: spero che lì non usino il limone sul pesce per smorzarne il sapore.

 

Massimo

 

 

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