Moto perpetuo

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Sophie, la moto non va più. Sono inchiodato qui e nessuno sembra aver mai visto una moto moderna, o almeno come la mia.

Vorrei tornare a casa, sono stanco e mentre mi passo le mani fra i pochi capelli impolverati mi sento più stanco ed affannato, ma forse è solo il caldo. Mi prendo un po’ di tempo per scriverti, poi troverò invece il modo di inviarti questa pagina.
Ho fame ma per la cena dovrò ancora aspettare qualche ora. Ho deciso di razionare un po’ i soldi cosi che qualche scelta di vita sia piuttosto estrema, per ora, per fare in modo che il viaggio prosegua, che io possa andare più lontano, verso dove o cosa questo no, non lo so ancora.

Oggi ho riguardato la foto di mio padre, quella in moto dove posa come fosse un attore di quei film anni 60 dove lui è il bello della situazione: forse è così che si sentiva, forse è così che lo vedo. Credo che quando si comincia a guardarsi in un certo modo poi è così, in quel modo che si finisce per apparire, non credi?
Quanti ricordi legati a questa foto, alle moto, ai viaggi, compreso questo. Ho ripensato a quando sono finito in terra per girarmi a guardarla, a come posso riderci ora, a come mi sentì stupido allora. Fu sempre colpa sua, di Loretta, ricordi? Mi girai per farle un cenno, scivolai come un bimbo alle prime armi: forse era una metafora di vita.

Non ho ancora trovato lavoro per cui credo che la moto sonnecchierà per un bel po’ di tempo. Ho guardato la vita degli animali, le loro dinamiche, le loro abitudini. Ho così tanto tempo che ho deciso di non spenderlo affatto: dormo di continuo e sono dimagrito parecchio, forse troppo.

Dormo a brevi periodi, mi sveglio di continuo, guardo fuori dalla finestra e ci passo ore, fermo come un animale predato che si nasconde, come un cacciatore che cerca quell’animale. Conosco la direzione e gli orari del vento, lo aspetto come si aspetta un amico alla stazione: è sottile e lento, caldo, di notte impercettibile e non capisco se sia lui a farmi sudare o se sia lui a farmi rifiatare dal sudore. Di fianco osservo fuori dalla finestra, gioco a non muovermi e mi ricordo quanto paralizzato dalla paura, di notte, non chiamavo mio padre perché mi avrebbe detto di andare da lui se spaventato e non mi muovevo perché appunto spaventato. Che cosa o chi credevo ci fosse lungo quei pochi passi fra la mia e la sua stanza? Me ne stavo ad occhi sgranati, di fianco, a guardare fuori dal letto, verso il buio dello stretto corridoio, come ora guardo, di fianco, fuori dalla finestra.
Ci sono animali sociali, altri del tutto avulsi dal contesto, oppure almeno così mi sembrano. Eppure, tutto pare avere una logica, uno scopo, una posizione, un ruolo. A parte me, che continuo a girare, ad orbitare, a conoscere ma non capire del tutto.

Di notte si avvicinano alla mia casetta qui, tranquilli, sicuri che nessuno ci sia o che nessuno possa far loro del male: vorrei essere come loro, spostarmi sicuro e non spostarmi di continuo, cambiare strada, cercare, andare. Sento che non posso fermarmi troppo qui, stavolta, se non per bisogno di soldi necessari a trovare un povero diavolo in grado di riparare la moto e rimettermi in strada. C’è qualcosa qui di così calmo e sistemato da finire per farmi imbestialire, per farmi star male, in continuo giudizio di me stesso.

Domattina andrò giù al piccolo porto a cercare un lavoro, scaricando qualche nave o traducendo qualche documento che qui non riescono a comprendere. Voglio uscire presto ma non sono sicuro di riuscire a svegliarmi. Sento dentro uno stato di apatia, di inedia mista a debolezza fisica vera e propria: certi giorni mi dimentico di mangiare e mi sento come se avessi mollato. Tu sai o puoi immaginare come io possa sentirmi dentro davanti a questi miei stessi comportamenti.

Chi è in ogni posto non è in nessun posto, diceva Seneca scrivendo al suo fido Lucilio. Ecco, questa frase fa sempre per me, purtroppo.

Continuando a spostarmi sono in ogni posto, facendolo non sono in nessun posto, non sono.

A presto.


 

 

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