A Kalaw

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Tè, Kalaw

A circa 2 ore di auto da Nang Shue ed ad una dal più vicino aeroporto di Heho, Kalaw si mostra nella sua verde forma di villaggio montano appena dopo le curve delle buona strada che il lentissimo taxi percorre cambiando spesso corsia per non ben precisati motivi.
Non è ancora del tutto chiaro come funzioni la circolazione stradale visto che la guida dei veicoli è sul lato destro ma che guidando si debba tenere la destra col risultato che non sia definitala corsia di sorpasso.
Posto di villeggiatura per birmani benestanti e stazione di trekking, Kalaw sembra piuttosto calma ed organizzata da subito, ricca di influenze di culture e religioni differenti che riescono a convivere senza troppi sforzi. Più vicina al confine con il Bangladesh offre cucina indiana di livello, facce differenti ed un rapporto ancora più rilassato con la religione buddista nonostante anche qui siano presenti un paio di monasteri e di importanti pagode.
Le numerose piccole agenzie di viaggio offrono molteplici soluzioni di trekking articolate in 1 o più giorni anche da e verso lago Inle (viene organizzato il trasferimento del bagaglio così che camminando si abbia solo lo stretto necessario per circa 18 km al giorno).
Siamo arrivati qui con un taxi organizzato dalla Inle boy, la compagnia che a Nuang Shue vanta 13 barche e giovani barcaioli piuttosto esperti, come abbiamo visto nei giorni al lago. Nell’attesa dei biglietti aerei che da Heho ci porteranno infine a Yangoon il proprietario ci ha spiegato che negli ultimi anni sono state introdotte tasse prima di allora inesistenti  e che che però tutto sommato sono basse, tali da garantire un livello più che decente, a loro dire, di sanità pubblica e sistema scolastico.
Il Myanmar aperto al turismo da quando l’esercito ufficialmente si è tirato indietro dal potere politico ha fatto si che il paese prendesse un impulso di crescita interessante, visibile ad occhio nudo, camminando per strada: ponti e strade in costruzione, sistemi di pagamento digitale in diffusione, trasporto pubblico su gomma molto buono e ben 3 compagnie aeree che operano voli in aeroporti folkloristici e con procedure molto manuali ma che possono raggiungere anche destinazioni più lontane offendo un servizio di assoluto rilievo comprensivo di pasti a bordo.

Uncle Sam, proprio difronte all’ottimo ristornate indiano e nepalese, pare anche da fuori l’agenzia di viaggio più organizzata e famosa. Parlano abbastanza bene inglese ed facile intendere le loro diverse proposte per il trekking di un giorno che abbiamo scelto. Per 15000 kiat avremo una guida che parla inglese, partiremo alle 8 e torneremo nella prima metà del pomeriggio.
Il tour si rivela gradualmente più impegnativo inerpicando il cammino sulle verdissime colline dietro il paese: su questo versante, dai circa 1000 si arriva ai 1400 e si scende nuovamente con un percorso quasi circolare al punto di partenza. Qualche albero da frutto e maggiormente tè: le montagne di una rossa ed argillosa terra ammorbidita dalla violenta pioggia di questa stagione offrono possibilità di coltivare verdure ma la gente dei piccoli villaggi, organizzati sommariamente in tribù nella realtà dei fatti molto simili fra loro per tratti somatici, usi e costumi, pare essere interessata alla sola coltivazione del tè e poco altro così che sia necessario settimanalmente acquistare verdure e prodotti vari al mercato itinerante che si sposta appunto ogni giorno e che una volta ogni 5 giorni si tiene a Kalaw.
Piccole case di legno ed altre di lamiere di fortuna fungono da riparo temporaneo per il sole e da punto di sosta per il pranzo degli agricoltori; rumorosi torrenti, più a valle, forniscono almeno in questa stagione la necessaria acqua per tramite di improvvisati tubi che perdono da ogni giuntura, il resto, per forza di cose, va avanti con un semplicissimo sistema di recupero dell’acqua piovana che viene usata, bollita, anche per preparare il té o quantomeno per lavare i piatti.

Kalaw, colline

Tè al sole, Kalaw
Lungo il percorso la guida parla parecchio, curioso dell’occidente e guardingo nello spiegare la situazione odierna riferita a quella passata, più militarizzata del paese.
Si percepisce in grossa parte non una difficoltà linguistica quanto una sorta di stupore vissuto dalla popolazione stessa per la nuova fase che il paese sta attraversando misto ad un’incapacità di giudizio derivante dal fatto che la popolazione è inesperta e quindi senza aspettative. Senza un sistema scolastico radicato, senza assistenza sanitaria né infrastrutture e senza la ricchezza culturale ed economica veicolata dal turismo fino a pochissimi anni fa, non si è sviluppato un bisogno e conseguentemente una capacità di giudizio relativa ai servizi offerti dal paese in relazione ai bisogni maturati dalla popolazione del paese stesso.
Quassù la gente misura le distanza in giorni ed in ore così che l’uomo solitario della scalcinata locanda sulle alture, offrendoci il tè, capisca che l’Italia è un posto molto lontano visto che con un autobus ci vogliono tanti giorni per arrivarci e che con un aereo, che lui non ha mai preso, si impiegano quasi 10 ore.
Posa per la mia macchina primordiale ma orgoglioso, apprezza le nostre mandorle che gli offriamo e nel discorso tradotto dalla guida chiede se crescano su un albero o su una pianta, se siano crude od arrostite.
L’omino cotto dal sole sciacqua le tazze nella grossa tinozza nella quale l’acqua piovana scola tramite la grondaia della sua casupola, ci offre del té; sorride confessando di vivere li da solo, di cucinare da mangiare riso agli uccelli. Non ha niente e nessuno: non riesco a vederlo felice né triste. Forse è solo inconsapevole e la sua condizione si avvicina a quella che siamo abituati ad immaginare per le persone che indichiamo come non sane di mente non per comportamenti o per qualche demenza ma per il distacco con il quale si presenta alla quotidianità per come grossolanamente potrei dire, la concepiamo noi in occidente.
Il té viene fatto seccare su stuoie di bambù, sotto al sole oppure tramite fuoco nelle altre stagioni e viene venduto anche oltre confine sebbene le coltivazioni mi paiano minori per numero e per estensione di quelle viste per esempio sulle colline malesi.
Nei piccoli villaggi tutto ruota attorno a coltivazione e raccolta di questa pianta: sorridenti bambini ci chiedono caramelle incrociandoci, al ritorno da scuola: mezzi scalzi e con un’uniforme sporca e strappata l’uno vigila sull’altro lungo la strada del ritorno. Ci ringraziano dopo essere stati ripresi dalla guida per i modi barbari con i quali hanno preso le caramelle, tutte, dalle nostre mani, Corrono via ed il loro vociare ci raggiungere chiaro anche da centinaia di metri quando, piccoli e paffuti, da lontano, continuano ad agitarsi e salutarci in uno stentatissimo inglese.
Camminerò ancora molto pensando a loro, a quel silenzio nel quale a tratti, maledizione, non sono riuscito ad allontanare gli altri pensieri che ogni giorno mi schiacciano: l’odiosa sensazione dell’eccessivo stress sporca ancora a tratti le mie giornate. Mi risalgono in mente, rabbiosi, pensieri e ricordi, espressioni frasi.
Io non ero così, non ragionavo a ciclo continuo su cose, aspetti e persone che invece odio: cosa mi ha ridotto in questo stato se non lo stress, gli obblighi, i soldi, il dovere?
Mi affanno aumentando il ritmo della camminata, nella fatica ritrovo la mente libera, il gusto del paesaggio, del colore, l’incedere dei passi, il battito del cuore e poco altro se non il rumore di pensieri stavolta positivi: cosa dicono, come fanno, come vivono, dove vanno le persone di qui? Potremo vivere qui? Ed altri meravigliosi dubbi e progetti praticamente irrealizzabili .

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