Lettere a mio fratello (Agosto 2017)

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Mio caro Bro, sono a Sydney “intrappolato” in una città che non sento mia e che non mi appassiona. Così come ero fuggito da Melbourne che pure preferisco a questa zona, così domani farò da qui, diretto verso certe montagne che qui chiamano blu e che forse sono sole ed un po sperse come certe volte è bello sentirsi viaggiando. Dormiremo lassù dove passeremo il giorno camminando, allontanandoci. Il giorno dopo andremo verso la costa più a nord: ho letto che da lì è possibile vedere le balene che seppure ho già avvistato a largo di alcuni piccoli paesi sulla great ocean road vorrei rivedere. Sono impressionanti, grandi, ma sembrano fragili e molli mentre nuotano e se ne stanno per i cazzi loro seguendo chissà che corrente e quale logica. Siamo alla fine di un viaggio memorabile ma dal peso specifico inferiore a quello delle scorribande nella nostra cara Asia, in quel sud est asiatico che tanto ci ammala di malinconia e nostalgia e dove so già che vorrò tornare alla prossima occasione sempre che, nel frattempo, non mi nasca un figlio come spero. Adesso ti saluto perché vado a fare l’amore.
Stammi bene.

Ci vedremo presto.

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Moto perpetuo

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Sophie, la moto non va più. Sono inchiodato qui e nessuno sembra aver mai visto una moto moderna, o almeno come la mia.

Vorrei tornare a casa, sono stanco e mentre mi passo le mani fra i pochi capelli impolverati mi sento più stanco ed affannato, ma forse è solo il caldo. Mi prendo un po’ di tempo per scriverti, poi troverò invece il modo di inviarti questa pagina.
Ho fame ma per la cena dovrò ancora aspettare qualche ora. Ho deciso di razionare un po’ i soldi cosi che qualche scelta di vita sia piuttosto estrema, per ora, per fare in modo che il viaggio prosegua, che io possa andare più lontano, verso dove o cosa questo no, non lo so ancora.

Oggi ho riguardato la foto di mio padre, quella in moto dove posa come fosse un attore di quei film anni 60 dove lui è il bello della situazione: forse è così che si sentiva, forse è così che lo vedo. Credo che quando si comincia a guardarsi in un certo modo poi è così, in quel modo che si finisce per apparire, non credi?
Quanti ricordi legati a questa foto, alle moto, ai viaggi, compreso questo. Ho ripensato a quando sono finito in terra per girarmi a guardarla, a come posso riderci ora, a come mi sentì stupido allora. Fu sempre colpa sua, di Loretta, ricordi? Mi girai per farle un cenno, scivolai come un bimbo alle prime armi: forse era una metafora di vita. Continua a leggere….

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Dala

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Dala, una gioda turistica

Così appena al di là del fiume, Dala ci aspettava silenziosa e scura come una marea notturna.

Grossi e panciuti traghetti ogni 20’ attraversano la Yangoon River per trasbordare circa 1000 persone alla volta fra pendolari e Dio solo sa cos’altro. Una piccola strada fangosa conduce al molo dove s’affollano umani ed animali pronti per salire sul prossimo traghetto. C’è confusione, un piccolo mercato lungo la strada, gente che grida, che vende biglietti di quella che credo essere qualcosa di simile ad una lotteria; c’è polvere e caldo, c’è gente scalza che ci offre del cibo, ci sono gli immancabili rollatori di foglie di betel.

Dei cani malati bivaccano fra la gente in cerca di cibo o qualche lite per sentirsi ancora vivi:  scorticati da malattie della pelle e denutriti fino a barcollare ora ringhiano, ora osservano guardinghi poco dopo aver finito di leccare rimasugli di cibo poco raccomandabile già in partenza.
Consunti stracci avvolgono i risoluti venditori mentre qualche donna cerca di rendere decente il telo che funge da base per la sua bancarella. A fatica possiamo distinguere chi è in fila per l’imbarco, chi invece ha già il suo biglietto, chi sta solo curiosando fra le bancarelle e chi è intento ad aiutare il tipo che deve imbarcare quei polli, vivi, legati con uno spago.

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