Andare

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going home

Il rumore della chiusura lampo e la visione della tasca chiusa alla perfezione lo facevano sentire organizzato, pronto al viaggio.

Che fosse quella della giacca, quella dello zaino oppure quella della borsa: aver sistemato gli oggetti ed essere riuscito a chiudere gli dava sicurezza, consapevolezza di poter andare, affrontare.

Tutti quegli oggetti e quei piccoli accorgimenti da aeroporto o da stazione, gli oggetti sistemati secondo la sequenza con cui avrebbe dovuto e voluto tirarli fuori: “questo va qui, servirà dopo”, “non qui, ma qui, perché nel caso in cui…”

Ecco che si sentiva pronto, guardando serrarsi quel meccanismo essenziale e perfetto della zip della sue tasche. Documenti e visti, libri da leggere, un taccuino su cui appuntare e qualche elettronico attrezzo per rimanere agganciato a quella vita, la sua, alla quale avrebbe scritto e raccontato.

Quei fiammiferi, quelle cuffie doccia, i sacchi lavanderia e le vecchie mappe lo facevano credere più furbo, organizzato appunto, pronto a quello che il viaggio gli avrebbe preparato lungo la strada. Pochi vestiti ma adatti per ogni clima: felpe senza pretese, maglie da lavare nelle sere più vuote, qualche medicinale semplice, sigarette da fumare o barattare, caramelle, zucchero, bustine di te e caffè liofilizzato per le serate in cui sarebbe arrivato più tardi.

I muscoli della schiena rifiatavano su letti di volta in volta rimediati, qualche volta fatti di banchine di stazione o di gibbosi e caldi lanosi materassi: era la sua schiena a dover rifiatare, per aver sorpassato, visto allontanarsi tutta la strada percorsa. Non gli occhi, non le orecchie ne il cuore, quanto piuttosto la schiena che si era lasciata dietro tutto quanto. Era la sua schiena che avrebbe dovuto scaricare la tensione ed il peso dello zaino, dei visi e dei paesaggi bucati per arrivare a quella notte da provare a dormire.

Nei discorsi di gesti per guadagnare una cena calda e qualche sorriso riponeva la soddisfazione più grande di tutta la giornata. Questo era il viaggio.

E lì c’era Dio, nel vuoto di quelle ore, nelle poche righe scritte a S., alla sera, nelle poche righe lette con gli occhi cadenti che rimbalzavano fra un libro ed un orario incomprensibile di treni e bus da perdere o rincorrere.

Dio era nel sole a scaglie del paesaggio visto da lontano, nell’autobus perso, nel sudore del suo zaino, nel senso spietato di lontananza, nel difetto di comunicazione con lei, nei silenzi interminabili, nelle strade perse, nei cartelli stradali non visti oppure impossibili da leggere.

Dio è in quel tipo di viaggi, nella pioggia che cade sulla strada rovente di agosto, nella fata morgana della quale ti accorgi cercando l’orizzonte da rincorrere. “Dio ha occhi e mani in ogni dove” aveva letto in India, anni prima.

Ma non sapeva ancora cosa avesse progettato per lui. Per questo forse aveva deciso di andare a cercarlo li a casa sua.

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