Ordinare

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bar via Magenta, Roma (foto da google maps)

bar via Magenta, Roma (foto da Google maps)

Oggi ho ordinato un caffè commosso, un caffè che è diverso da quello macchiato, da quello corretto.

Si, perché al bar era l’ultimo giorno.
Così ho fatto colazione pure se l’avevo già fatta a casa, tanto per salutare tutti con poche parole.
La vecchia signora alla cassa m’ha sorriso come al solito e m’ha chiesto se sapessi che sarebbe stato l’ultimo giorno.
” e lo so sì signò!” Forse stamattina ho tardato ad uscire da casa anche per questo.
Ho risposto di si e parlato per poco, per dire che a volte un cambiamento, per quanto difficile, è necessario, che ci vuole coraggio, che lo so, perché ci sono passato.
Le ho detto che li ammiro e le ho augurato buona fortuna mentre gli occhi si lucidavano e continuavamo a guardarci da un lato all’altro del bancone.
Stupiti tutti e 4 (madre, padre e figlio, la famiglia di gestori), del rapporto che s’era creato senza che nessuno sapesse molto dell’altro siamo riusciti a dirci poco ma sono sicuro a capirci molto.

Impacchettare, ordinare, chiudere, andare: significa avere appunto coraggio, resistere agli attacchi di rabbia, sconforto, all’orda dei ricordi che sembrano tessere impazzite di un mosaico che consoci, di un’immagine in quel momento impossibile da fissare: giorno per giorno,la tua vita.

Come al solito il bar è teatro di ricordi.
Pure stavolta se ne va un pezzo di Roma com’era una volta, di Roma come ce la ricordiamo noi figli di mignotta innamorati .

“Bòna fortuna!”, e sono uscito senza girarmi più.

 

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Quando poi, alla stazione.

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binari nebbia

Quando poi certi alberi magri se ne stanno intirizziti nella nebbia di prima mattina e quelle strade sono un po vuote con gli indirizzi snc che mi ricordano la via Emilia oppure certi posti dell’Olanda, allora si, mi sembra che tutto abbia un senso e che abbia un sapore più semplice ed autentico.

Ci penso in genere quando sono appena arrivato, quando i binari sono freddi, a prima sera, ed i pendolari rientrano a testa bassa un po’ stanchi. Ci penso al meglio se fa quel freddo di inizio novembre, quando l’inverno è ancora indeciso, quando scendendo dal treno sembra ci sia un’aria più pulita e sottile: un freddo più bello ed una strana soddisfazione allacciandosi la giacca fin su sotto il bavero.
Continua a leggere….

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05 luglio 1982

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05 Luglio 1982

“Ponto?!?. Oh, Chì, te ricordi? Te ricordi il 5 Luglio 1982?”
Millenovecentoottantadue, tutta una parola, d’un fiato: consapevole, asciutta.

Sotto il neon biancastro il pallore del cranio lucidato dagli anni.
Dietro la mano, passata sul viso, veloce, in una smorfia di scocciatura e d’abitudine, due occhi svegli ed ancora curiosi. Scontenti.

In una notte piuttosto lunga di una vita piuttosto rettilinea. In una notte spenta che avrebbe avuto molte più stelle delle stesse 5 da guardare dalla finestra del suo ambulatorio veterinario.
Aveva riposato le spalle con una strana posizione delle mani, giunte sopra la testa, mugugnando di stanchezza come poi avrebbe fatto un’ora dopo, tornato a casa, infilandosi nella metà calda del letto dopo aver mangiato metà cena fredda. Francesca era l’unica scelta di cui essere sicuro. E Luca non avrebbe preso sonno. Continua a leggere….

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Rewind

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rewind

Fa freddo e mia madre mi allaccia i pendagli del cappuccio della mia giacca a vento blu. Sento la gola costretta e sono serio, davanti l’ingresso di scuola. Un fotografo fa foto lì fuori e mia madre mi sistema i capelli..
Continua a leggere….

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