Sentire Varanasi

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Varanasi è una città che non devi vedere ma devi sentire
È questa la frase del nostro guidatore mentre assonati e determinati ci muoviamo verso il ghat con lo sgangherato tuk tuk.

Il ghat scelto è poco frequentato ed alle prime luci dell’alba incontriamo pochi indiani che si recano lì ordinatamente ed in silenzio per le abluzioni del mattino.
I vicoli sono stretti e molto sporchi, orientarsi è una impresa disperata ma siamo riusciti a contrattare ed ottenere un guidatore di tuk tuk che ci aiuta a muoverci nelle prime ore del mattino.

Il prezzo di 300 rupie ( circa 4 euro) è ottimo. Lui sembra un buon uomo e siamo più felici di averlo scelto quando partendo dal parcheggio davanti l’hotel è stato preso in giro per un difetto al labbro superiore ( labbro leporino): le risate cattive dei suoi colleghi fanno a pugni con la sua estrema decenza e disponibilità, con l’ordine impeccabile dei suoi baffi, lasciati credo anche per mascherare il difetto, ed i capelli, di certo opera dei barbieri che lavorano in strada.

Nel labirinto dei vicoli incontriamo asini, centinaia di cani malati, scimmie e bambini intenti a rovistare nei rifiuti dividendo il cibo con le mucche.
Le mucche non muovono che pochi passi e sono sempre in silenzio anche nei momenti di disordine stradale più ossessivo.
Mi stupisce la loro condotta, il pensare che i nostri animali, in Italia, al minimo colpo di clacson reagiscono con aggressività.
É vero, ci si abitua a tutto quindi.
Le mucche masticano lente il cibo avariato che trovano in terra: lo scarto di uno scarto: spesso vomitano loro stesse e l’odore di urina e marciume ci accompagna ovunque.
I bambini sono nudi e scalzi, sorridono col viso tondo che sovrasta il monte della loro pancia piuttosto gonfia.

Sono gli ultimi, gli intoccabili, fanno parte della casta più bassa e devono accettarlo, così come hanno dovuto e voluto i loro genitori.

Ci sono persone sdraiate in terra, abbandonate e forse morte, altre respirano lente, nascoste da folte barbe e vestiti cementati sulla carne causa sporco.
La faccia nella polvere: immobili spettatori, forse suppellettili di quella scena che rasenta la negazione della ragione.

L’India è un paese verde, potrebbero vivere in molte zone: agricoltura, semplice, come nella motte dei tempi; potrebbero sollevarsi, organizzarsi pur rimanendo al netto di meccanizzazioni costose, del progresso tecnologico.
Ma le caste e la religione sono la legge e gli intoccabili vivono così: non costretti, per scelta.

Stamattina ho aperto gli occhi pensando alla domanda con la quale Manu si è addormentata ieri notte: gli indiani vivono così a “causa” della loro religione oppure, vivendo in questo modo per il poco avere e la poca organizzazione sociale, hanno scelto, creato, una religione di questo tipo ?

È piuttosto difficile da spiegare la sottile domanda così come il riuscire a darsi una spiegazione. L’istinto mi dice che la religione sia la spiegazione per le condizioni di vita, che come in ogni altro caso la religione è fatta di dogmi che intendono giustificare fatti, ma è una spiegazione semplicistica: di base la loro condizione è migliorabile, e sensibilmente, agendo in prima persona senza dover aspettare governo o politicanti in generale. Pulire la strada, evitare di fare i bisogni ovunque, mangiare le mucche oppure coltivare almeno la terra.

Così continuo a camminare pensandoci su e mentre evito lo sterco in terra, i cani che barcollano affamati ed imbestiati dalla rabbia, idealizzo un paese differente con poco sforzo.

Spero che le mie foto abbiamo saputo catture gli attimi che sto cercando di descrivere e quelle sensazioni che ora mi sembrano così intime da non trovare posto qui ( spero di riuscire presto a pubblicarne qualcuna).
Aveva ragione il guidatore: feel, not see.

Affittiamo una piccola barca a motore (da preferire a quelle a remi per via della corrente e del fiume molto alto) per poter discendere e risalire un buon tratto del piccolo golfo.
Alcuni hindu sono immersi per metà corpo in acqua e bevono sciacquandosi la bocca, altri si lavano i denti alla meglio, con le mani, mentre altri gettano fiori o si versano acqua in testa per ingraziarsi le divinità.

Ci sono capre sui gradoni, scimmie che controllano la situazione urlando ogni tanto dall’alto, santoni con capelli annodati e lunghissimi, visi dipinti e tanto silenzio umano da riuscire a metterci a disagio.
Il ragazzo della barca parla bene inglese e navigando ci spiega degli edifici di fronte. Il palazzo delle vedove , il tempio di Shiva, il tempio delle scimmie ( attenzione, mordono ed aggrediscono !)
Non ci sono barche in acqua e siamo solo noi 4 con i due marinai improvvisati.

Un acqua oleosa e marrone scorre sotto di noi
; fa impressione la sacralità che rappresenta per gli hindu e come questa stessa fosse un pericolo solo per noi. Temiamo gli schizzi di acqua, le zanzare ( quelle sul fiume sono veramente tante e, per forza di cose, temibili…).
Ci sosteniamo, organizzati, seduti due su un lato e due sull’altro per equilibrare la navigazione ed evitare sciabordii.
Scattiamo foto alla meglio ma per la maggior parte del tempo osserviamo senza confrontarci, ingerendo le spiegazioni che ci danno, domandando ma senza commentare fra di noi.
Capire per poi metabolizzare. Forse.

I forni crematori sono 2 : uno elettrico per i più poveri ed uno a legna per i più ricchi. I forni sono accesi incessantemente da centinaia di anni, ci dicono, ed esiste anche il metodo di cremazione classico, fuori dai forni, sulle rive del fiume.
Vengono cremati tutti gli Induisti fatta eccezione per i bambini sotto i 10 anni, le donne incinta, i morti per morso di cobra ed una categoria che non mi perdono di non aver capito.
Questi esclusi dal rito funerario della cremazione vengono gettati nel fiume con pietre appese al corpo così che possano affondare e che i pesci possano mangiarli.
Il problema è che le acque sono così inquinate ed infette che non ci sono pesci, ma loro questo lo negano o forse non lo capiscono.

Fatto sta che i cadaveri perdono le pietre perché putrefacendo si gonfiano.

La conseguenza è che tornano a galla trasportati dalla corrente: un corpo senza viso, vestiti, ne storia, sfiora la nostra barca.
È come se nuotasse lento, se fosse immerso a cercare qualcosa in acqua, forse una spiegazione.
Bianco e gonfio, con le ossa evidenti dalla pelle sottile.
Nessuno di noi volta lo sguardo ma nessuno scatta fotografie.
Durante la cena di ieri ci siamo confrontati sul nostro codice etico di viaggiatori/turisti: ovviamente rispettiamo il posto e la religione e le nostre macchine digitali non cattureranno per scelta alcuni momenti.

Scesi dalla piccola imbarcazione la città sembra accoglierci in maniera meno violenta. Giriamo fra i vicoli diretti al crematorio. Ho chiesto di accompagnarci fra i vicoli umidi, Edu è in silenzio e lascia a me il colloquio con l’improvvisata guida e la testa delle piccola spedizione.
Cataste di legna occupano le uniche porzioni ordinate del quartiere. Il legno per le pire va pesato, scelto in base alla sua qualità ed influisce sul costo del rito. A volte la pira non basta a bruciare il defunto e così accade l’irreparabile con le igieniche conseguenze del caso: parti incombuste dei corpi sono lì fra la strada ed il fiume ma noi non ne vediamo. Ci dirà un tedesco incontrato più avanti di aver visto chiaramente una gamba mimetizzata fra rifiuti e feci degli animali.

Silenziosi operai accatastano legna preparando una pira che da lì a qualche ora brucerà una storia che non sapremo, una faccia, delle idee, un uomo che ormai sarà come svuotato e reso quasi oggetto insensato.
Un odore dolciastro invade l’aria e domina il puzzo di poco prima. I formi lavorano religiosamente così come gli operai della morte.
Non ci sono che sparuti ed impressionati turisti : molti visitano Varanasi ma pochi si spingono qui.

Le scene, sono certo, hanno segnato come previsto ogni spettatore: non è per un gusto macabro ma si è trascinati lì, si diventa come desiderosi ed affamati di vedere per capire meglio, per trovare una spiegazione a quella che per la nostra cultura sfiora il concetto di “violenza”.
Qualcuno, e fa male, si comporta da cieco turista: un orientale che non riusciamo a capire da dove venga precisamente si immerge nel Gange ridendo, scherzando, mescolandosi e facendosi fotografare, ignaro di pericoli e del senso del tutto per gli indiani che, non afferrano l’orrore di quel comportamento e cercano di coinvolgerloconvinti sia convertito all’induismo.

E fa persino strano poi tornare in albergo per le operazioni di ogni giorno: colazione, bagagli, un giro in quello che chiamano centro città: non c’è tristezza ma è chiarissima l’idea di qualcosa che somiglia ad una sazietà alla quale la colazione organizzata in albergo non ha contribuito.

Massimo

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3 Comments (+add yours?)

  1. fred
    set 05, 2012 @ 17:14:27

    “Solo 5 eccezioni sono ammesse nel mondo indù alla regola ferrea della cremazione: i bambini sotto i 12 anni perché sono innocenti, le donne incinte per lo stesso motivo, i sadhu perché non hanno peccati, i morti per morso del cobra e i lebbrosi perché entrambe sono manifestazioni di Shiva”

    • Massimo
      set 06, 2012 @ 21:40:44

      Grazie !
      Ora però chi sono i sadhu ?

      Oggi ho visto molti topi in stazione: la gente era felice visto che quello è il veicolo di Ganesh…Manu un po’ meno, io ero parecchio combattuto.
      Te che ne pensi zio Fred ?

  2. Massimo
    set 27, 2012 @ 16:54:22

    Visto che nessuno ha chiarito…riporto con colpevole ritardo il link alla spiegazione che, di base, riassumo grossolanamente dicendo che sono degli asceti che decidono di abbandonare bisogni e società in senso lato.
    Per una attenta lettura….

    http://it.wikipedia.org/wiki/Sadhu

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