Auguri (quest’anno servono più che mai)

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Il 25 marzo ho compiuto 41 anni.
Sono nato di domenica, comodo, con la città calma, in un giorno in cui non si lavora, ci si alza tardi.

Sono nato lo stesso giorno di Mina e di Mario Brega, lo stesso giorno in cui, secondo gli studiosi del tema, inizia la Divina Commedia. Ecco, tutto questo mi sembra la somma delle mie passioni oltre che un ottimo inizia; mi sembra il succo del mio essere, del mio modo di essere, di fare, comportare, concepire la vita fra musica, romanità e violenza, direzione frontale d’espressione, passione per le parole.
Forse è un caso, forse no, forse ha ragione l’oroscopo.

Stiamo vivendo giorni del tutto diversi dal passato, giorni che finiranno sui libri di scuola, sui manuali, che faranno parte di un capitolo di storia che sarà studiata.
Da fine dicembre 2019 è insorta una epidemia in alcune regioni della Cina e sebbene tutto sembrasse lontano e di poco interesse, in breve tempo il tutto  evoluto in una pandemia di livello mondiale.
Se ripenso a come tutto era stato comunicato e vissuto dai nostri giornali e dai nostri politici cedo alla rabbia ma non alla preoccupazione perché ho sempre avuto la consapevolezza di una certa inadeguatezza di classe politica, specchio del popolo in tutto, e della totale carenza dei mezzi di informazione dove lavora anche gente valida costretta al giornalismo becero da bar. Così in Italia tutto è stato vissuto come un problema del popolo cinese che, mangiando pipistrelli ha contratto un virus che poi è dilagato male o poco comunicato ai media causa censura cinese (Che realmente esiste). Inutile raccontare dell’idiozia di quotidiani e persone medie che, convinte da 4 foto e notizie altisonanti, hanno sostenuto che i cinesi fossero un popolo di persone sconvenienti che mangiano animali selvatici causando poi problemi di vario genere.

“Guardati dall’uomo d’un libro solo” affermava Tommaso D’Aquino, e guardati da chi non viaggia davvero, dico io: che i cinesi mangino animali poco comuni per la nostra cultura è vero, che succeda ovunque in Cina è assolutamente falso e posso dirlo avendola girata in quota parte, per sapere per tramite di mia sorella che vive lì. Del resto noi, abbiamo giudicato i cinesi per mangiare pipistrelli senza pensare che noi mangiamo le cozze, un animale sporchissimo, che mangiamo lumache, che in alcune regioni viene prodotto e mangiato il snaguinaccio, sangue di maiale quindi. Così per qualche settimana i cinesi sono stati male guardati anche se in Italia da anni, anche se fino a ieri si andava a mangiare nei loro ristoranti: un razzismo cieco, commerciale, ignorante più che mai.

Alcuni a Roma hanno chiuso, altri resistito per un po’ salvo poi chiudere come tutti gli altri quando, in qualche modo “finalmente”, il virus si è diffuso dimostrando del tutto la sua pericolosità, mortalità nonché la stupidità delle persone poi evoluta in pure follia. L’arrivo del virus, almeno, ha democraticamente coinvolto tutti dimostrando che la colpa non è di una razza e del suo cibo. Ci sarebbe tanto da dire, raccontare, spiegare dei primi giorni, e da quelli fino ad oggi, così che rileggendo fra anni, mesi, ci si possa ricordare qualcosa di pratico, scevro da politica e filtri ma occorrerebbero ore di scrittura che purtroppo non ho nella mani causa stati d’animo, lavoro.

Questa pandemia ci sta insegnando che le logiche commerciali sono considerate maggiori di quelle sanitarie, che il mondo è solo una questione di soldi e che molti stati dichiarati quali amici, collaboratori, alleati di altri, sono pronti ad abbandonarli nel caso di bisogno. Le dichiarazioni di alcuni capi di stato fanno ribrezzo per la loro stupidità (Johnson, inglese, Trump Americano anche simili nell’aspetto), per il loro falso interesse umano e vero interesse economico: la comunità europea è tale, una comunità, ma non è un gruppo di solidi comuni intenti quanto, invece , un gruppo consolidato di accordi commerciali. Le dichiarazioni di alcuni capi di stato che minimizzavano in maniera ridicola il virus e l’ipotesi pandemia, le negate esigenze di chiudere sono lo specchio di un alfabetismo funzionale che ha poco a che fare con l’analfabetismo a cui si era abituati a pensare, al saper leggere e scrivere ma che è molto legato, essendo lo stesso, all’analfabetismo popolare dell’umano medio che in questa crisi si è mostrato più chiaramente di quanto non avesse già fatto.

Questa pandemia ci sta insegnando che il nostro punto di vista era sbagliato, che non dovevamo né potevamo sentirci al sicuro protetti da studi e tecnologia, che non potevamo sentirci evoluti al punto da evitate catastrofi umanitarie al netto, appunto di stupide guerre ed utilizzo di armi di distruzione di massa. I film, specie americani, su catastrofi naturali e pandemie ci sono sempre apparsi come un futuro distopico, come qualcosa di realmente impossibile, non attuabile dalla natura né veritieri circa le reazioni dei soliti sopravvissuti che, sempre nei film, finiscono poi per salvare il pianeta con gesti acrobatici ed eroici. Si percepisce chiaro un alone di irrealtà, come non fossimo noi, come fossimo appunto protagonisti di un film: invece è tutto vero.

Da inizio marzo lo sport è fermo, il mio campionato di pallacanestro è annullato, le città svuotate. Fa strano sentire risuonare i propri passi nella strada come fosse notte fonda, vedere i locali svuotati, i monumenti liberi da turisti e tutto sembra appunto irreale, dipinto, svuotato non solo di persone e suoni, rumori, ma anche si significato. Il concetto di non posto oggi trova  maggiore spiegazione: cosa è una stazione senza passeggeri, un centro commerciale senza negozi aperti né clienti, cos’è un’autostrada senza automobili?

Di fatto vengono garantiti i servizi minimi e nella scarsissima chiarezza dei provvedimenti governativi sono stati appunto permessi servizi correlati ad esigenze alimentari, la così detta (che urto!) filiera agricola e parecchio altro, invero davvero troppo: torniamo alle logiche commerciali in favore di quelle scientifiche e sanitarie.
Sarebbe forse bastato chiudere davvero tutto per 15 giorni ed invece no, abbiamo deciso per chiusure graduali permettendo a moltissime persone di infettarsi ed infettare, abbiamo dato retta a chi si lagnava di mancati introiti, a lobby varie che per i loro profitti hanno piantato grane, a chi invece, tenuto aperto ha avviato una serie di scioperi.

Tutta questa pandemia mondiale porterà senza dubbio ad una necessità, volontà di uno stato più forte, modello Cinese, anche se per decenni si è detto di voler fuggire da dittature ed autorità in senso molto lato. L’attrattiva di uno stato che invece usa metodi duri, decisi prontamente, attrae ora in molti, gli stessi nei quali cresce, in questo caso per a mio parere ingiustamente, un sentimento di nazionalismo esasperato, di campanilismo che fa rima con razzismo. In molti si spendono a teorizzare ora chiusure di confini, rivisitazione di accordi commerciali, una nuovo mondo post (?) pandemia dove la globalizzazione, di fatto, andrebbe a perdersi. E’ facile intendere per chiunque abbia un minimo di esperienza di vita che tutto questo sia dettato da emozioni transitorie e che poi, proprio in forza di quelle orrende logiche commerciali, la globalizzazione riprenderà affinché possa essere sempre perseguito il profitto.

Cosa ci insegna, cosa ci lascia questa pandemia?

La sanità è al centro di ogni discorso odierno, vittima di anni di tagli economici, contrazioni avallate da politici alternati al potere, anni di tasse non pagate, di professionisti medici che visitano privatamente senza emettere fattura e che ora sono visti e narrati quali eroi contemporanei. Ora si incitano e sposano le raccolte fondi: avremmo potuto pagare le tasse invece che ora correre ai ripari. Lo abbiamo voluto noi in sostanza questo disordine governativo, questa sanità che non funziona, questo sistema per il quale è tutto accettabile, “basta che ci guadagno pure io”.

In questi giorni è emersa una fortissima inadeguatezza delle forze dell’ordine, gettate in strada che parevano scesi da pianeti alieni, disinformati sul cosa fare, dove controllare, cosa e chi poteva passare, quali fossero moduli e procedure, come indossare una mascherina.
Credevamo che nel 2020 avremmo guidato automobili volanti e stiamo invece discutendo in tv di come lavarsi correttamente le mani. La verità? Inutile mentire o fingere buonismo del cazzo: per anni abbiamo accettato che fossero arruolate persone fra chi, soprattutto al sud, non aveva un altra prospettiva e viveva quello come posto sicuro, come futuro economicamente accettabile. Chi può negarlo? Basta andare in una stazione di polizia o carabinieri per capire i dialetti ed il livello delle persone: negare questa affermazione è scorretto e non è interessante se questa verità suscita rivalsa, rabbia, smentita o che mai altro.

Il governo, oggetto di pressioni varie di lamentose ed irrazionali, anacronistiche lobby, emana Decreti, circolari e controcircolari, smentite; il segno è chiaro: le pressioni politiche e sociali determinano le decisioni e le contromosse, i provvedimenti emanati di fretta e con poca lungimiranza andrebbero rivisti sulla base di indicazioni scientifiche che si sarebbero dovute ascoltare da subito  invece che cedere alle doglianze varie di persone, categorie che affermano che perdere il proprio lavoro per 15o 20 giorni equivalga a morire di fame.

Nel frattempo abbiamo mostrato di avere una stampa molto poco seria che diffonde bozze dei decreti ricevute da funzionari molto poco seri: sciacalli mediatici, burocrati inadeguati, falsi bisogni certificati per uscire di casa quando in genere le persone muoiono per starci dentro ed occorre costringerli a lavorare.

Uno stato sbandato, una democrazia malata che emana provvedimenti per erogare aiuti alle persone in difficoltà e lo fa indicando un giorno, senza però indicare l’orario, così che dicendo che la procedura di ricezione domanda si attiverà giorno x equivalga a dire che tutto si avvia dalla mezzanotte di quel giorno. La conseguenza? Bisognosi costretti nel pieno della notte ad avventurarsi su internet per inoltrare domande. Non sarebbe bastato dire che la procedura sarebbe partita dalle ore 9:00 impostando così una situazione più umana?
No, noi premiamo i furbi, i fortunati, non i bisognosi: chi si alza tardi per un malanno è fottuto, chi dorme perché comunque è approssimativo, si lagna, pure se si danneggiato con le sue stesse mani, col suo atteggiamento; se invece hai sbagliato qualche click, beh, sei escluso: cos’è un gioco a premi o davvero un aiuto a chi ha bisogno? Eccola nuovamente la “democrazia della merda” che tutto appiattisce tutto, che da tutto a tutti finendo quindi per dare poco o nulla. Non importa chi tu sia, quanto tu abbia lavorato, quanto tu abbia bisogno: un poco a tutti, così la democrazia è contenta e truffata: ma tanto non lo capisce.

La crisi derivante dalla pandemia ha fatto emergere inadeguatezze ad ogni livello: la crisi non è come dicono tante finti virtuosi finti profeti della new economy una opportunità: la crisi  un indicatore. La crisi ti fa riconoscere falsi amici, i falsi professionisti, i lavoratori sommersi, la gente che evada le tasse ma che ha pure il coraggio di lagnarsi dei servizi e delle emergenza a loro dire malgestiti. La crisi fa pulizia in senso buono e pure in senso molto negativo visto il numero di morti. Davvero una sanità così garantista e trasversale, per tutti, con una gratuità che per forza di cose negli ani si è assottigliata, è migliore di quella a pagamento di alcuni altri stati? Non è forse questa una ulteriore manifestazione della “democrazia della merda“? Pochi servizi sanitari, approssimativi, anche pericolosi in certe zone, però attenzione, a tutti. Ti tolgo un appendicite, per dire, non so se lo faccio bene o se ti infetto, ma ehi, è gratis!

Nei primi giorni sono nati diversi flash mob piuttosto sciocchi, in stile con il tenore dei post sui social network che mal celano un livello degradante: la gente aveva preso a cantare dai balconi l’inno nazionale, a sparare musica a tutto volume a scrivere recitare una sorta di sciocco mantra, “andrà tutto bene“, una affermazione basata su nessuna convinzione o dato di fatto. La dimostrazione è che tutto non sta andando bene, che c’è bisogno di crescere e fare, di essere giusti e consapevoli, non opportunisti ed arrivisti.
Un esercito di improvvisati runner ha cominciato a manifestare l’esigenza imprescindibile di allenarsi andare a correre: un popolo che concepisce solo il calcio, d’un tratto si dimostra salutista, sportivissimo. Ridicoli è dire poco.

La verità è che il costo che stiamo pagando è elevatissimo, che l’emergenza è sociale prima che sanitaria, che l’analfabetismo funzionale è altissimo.
Sui siti specializzati, per dire, continuano ad essere pubblicati annunci con offerte di lavoro: come sospettavo tempo indietro sono falsi non solo per gli altissimi ingiustificati profili riferiti a posizioni lavorative banali o per le quali, appunto, non è necessario un alto profilo professionale, ma anche per il fatto che adesso fra aziende chiuse, in chiusura, con la cassa integrazione avviata trasversalmente non è credibile assumere e non è tecnicamente possibile fare colloqui di lavoro. Che senso, che etica hanno quegli annunci?

Torna di moda parlare di smart working, auspicato sommariamente dai più recenti decreti. Quanti sanno cosa sia, quanti sono realmente in grado di lavorare via web, di organizzarsi, quanti sanno usare tecnologie e strumenti annessi? Le difficoltà mostrate da popolo ed infrastrutture per pretestare le domande di aiuto per l’accesso ai contributi statali di questa crisi ne sono la dimostrazione plurima: il diffuso utilizzo si smartphone ha illuso i più di essere tecnologicamente esperti, adatti, capaci, ed invece ha finito per denutrire la già scarsa cultura e per affermalo basta vedere gli strafalcioni sempre più numerosi che si leggono in giro.
C’è dietro un concetto di alfabetizzazione come dicevo, più evoluto e grande di quello più generalmente conosciuto ai più, ammesso dai più.

Ma qual è la parte emotiva di questa situazione?
Tanti morti, davvero tanti come forse solo le guerre avevano saputo mostrare: morti soli, isolati senza visite nella degenza, dimenticati in una cerimonia che tale non è senza il saluto religioso o meno di amici e parenti. Le persone sono andate via senza l’ultimo saluto in ospedale, senza un bacio, un abbraccio, senza sapere che ci sarebbe stata una commemorazione per loro. Morire, così, deve essere più doloroso, sempre ammesso esista un conforto nella morte.

Mi rimane in mente la cieca convinzione puerile di molti che “andrà tutto bene“, la sciocca voglia di cantare dai balconi convinti che tutto sommato non è così grave, che ne usciremo, che è meglio mostrarsi sereni, pubblicare sui social network un video divertente di qualche cosa scema fatta dal balcone. Mi rimane l’incredulità della gente che non sapendo isolare davvero sensazioni e sentimenti condensa tutto in sciocchi discorsi da ascensore fatti in cortile o da un balcone all’altro. Rimango in mente quelle centinaia di bare caricate sui camion militari: una processione lenta ed inesorabile, triste e più silenziosa che mai. Mi rimane  la consapevolezza di essere impotente, di vivere uno dei momenti storici più rilevanti a livello umanitario senza poter di fatto far nulla se non rimanere a casa cercando di lavorare come se nulla fosse.

Di questa pandemia ci rimane la lontananza da amici, parenti, amori, liberi e musica (Dio benedica Spotify!): tutti quei libri, tutte quelle persone lasciate “nell’altra casa”, in ufficio convinti di poter tornare a prenderli, di poter tornare a rileggere e riascoltare presto non conoscendo quel che invece sarebbe successo. Non si è perso nulla, è solo un grande timeout, solo un rimandare che ci farà apprezzare di più affetti e gli oggetti lontani: “c’è spazio, non distanza”, mi ha insegnato qualcuno.

C’è un senso di casa, di cucina, di provviste e piacere di cucinare, c’è da apprezzare, preparare, ritrovare dinamiche di tempo e modi che parevano persi perché sempre eseguiti di cosa. C’è da fare esercizi fisici, non perdersi, leggere, scrivere, tenersi vivi più che mai: lavorare da casa comprime i tempi degli spostamenti così che ci sia un risparmio umano, che ci sia più spazio per fare. Eccolo il vero vantaggio: potersi nutrire di quello che in generale non riusciamo a mangiare, e la cucina c’entra poco. Io nelle dinamiche casalinghe mi sento in viaggio di nozze per via di tutti i giorni insieme, senza orari: qualcosa che appunto avviene solo in viaggio di nozze, nemmeno in vacanza perché il periodo è più ristretto.
Mi fa male non avere qui i miei libri (sono in isolamento lontano dalla casa di Roma), il giradischi, gli oggetti che mi contraddistinguono più degli altri, più di quelli che ho qui dove comunque ci sono, vivo anche se in generale meno di frequente che a Roma, non fosse altro per storicità.

Sento spesso amici via telefono, ma mi mancano le scorribande per il quartiere, i discorsi dal barbiere, i giri in moto, quelli in vespa, le chiacchiere dall’amico gommista, il tabacco per la pipa, qualche sigaro che sta chiuso nell’umidor a Roma.

Penso alla situazione negli altri paesi, specie all’India dove spero di tornare presto: la gente vive in strada, nasce e muore sotto i ponti: come è possibile che riescano ad isolarsi? Cosa ci stanno mostrando in quei video dove Varanasi, per dire, dove la strada non è sgombra nemmeno nel pieno della notte, risulta invece deserta? E’ propaganda, certo, come lo è a suo modo la violenza esercita su chi rompe il coprifuoco e viene trovato in strada dalla polizia come al solito, normalmente, armata di bastoni: punizioni corporali, esercizi fisici da eseguire sul posto come piegamenti su gambe o braccia. Nella loro durezza gli indiani sanno essere paradossalmente più giusti di noi che tolleriamo di fatto che siano aperti molti negozi al momento inutili (tipo fiorai) e che la gente vada ostinatamente in giro senza reali motivi o trovandone sempre di nuovi.
Gli indiani hanno iniziato una disperata processione verso casa visto che lavorano fuori città, da migranti: km e km, affamati, sotto il sole, nella polvere, ammassati su mezzi di fortuna: li la statistica non peserà mai davvero contagiati, morti, guariti: chiunque sia stato almeno una volta in una qualunque città indiana sa sarà che sarà un paese con migliaia di morti ed i contagi incontrollati.

I loro visi scuri, denutriti ed impolverati mi richiamano alla mente viaggi meravigliosi, storia di persone in maniera incontrovertibile legate al senso della vita.

Di questa pandemia ci rimarrà l’inversione del significato comune, dell’accezione comune fra “positivo” e “negativo“. Una cosa positiva verrà ancora considerata “bene“? “Cerchiamo di essere positivi“, in questo periodo è un malaugurio.

E’ già notte, scorrono le ultime note degli album di Fagen che mentre scrivo di notte spesso scandisce ogni singola battuta senza essere invadente; un sorso di caffè domattina mi schiarirà le idee lanciandomi spettinato, in tuta, verso una nuova giornata di lavoro, verso una scena di questo film paradossale e lunghissimo ancora tutto da girare.

Devo ancora capire se questa sensazione di estraneità a noi stessi, questa incredulità ed alone di irrealtà riguardano me o sono percepiti da tutti: devo capire se mi premieranno come attore protagonista o non protagonista.

P.s. Prima dell’isolamento ho regalato a mia madre uno smartphone ed in una serata le ho spiegato un minimo di cose per poter chiamare e videochiamare così da tenerla più impegnata ed in contatto con noi tutti per forza di cose lontana. Va che sembra un treno ed il piccolo riassunto su carta che le ho fatto la riporta in ordine quando si perde. Mi sono sentito un allenatore nonostante, invece, nella realtà dei fatti con il campionato annullato non mi ci possa sentire o possa sentirmi “derubato” da certe sensazioni: spiegare al volo, metterla in condizione di fare qualcosa in poco tempo e farlo bene è di fatto quel che faccio con i miei giocatori nelle situazioni di emergenza oppure all’inizio. La pallacanestro è ovunque, specie fuori dal campo.

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