Taxi

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taxi

Trovare un taxi, all’una e trentacinque di notte sembrava impossibile.

Quando trovò posto lì dietro invece, sentì d’essere sollevata e la perfezione di quell’attimo parve irreale, la comodità di quel sedile posteriore era accoglienza allo stato assoluto.

“Dove andiamo?”

In bilico fra realtà e fantasia aveva balbettato la destinazione come se la tassista non potesse riuscire ad orientarsi lì attorno, come se la strada fosse da inventare e non da percorrere.

Parlarono per tutto il tragitto e le curve non seppero spostare la traiettoria designata dei loro discorsi sinceri, le confidenze rese con semplicità, fra gioco e realtà, ad un estraneo.

“L’asfalto è proprio una bella invenzione”, disse guardando dallo specchietto retrovisore, incontrando la complicità di quello sguardo denso.

Ripresero a parlare, come se l’alternanza di buche ed asfalto, come se quel  commento estemporaneo fosse del tutto legato al resto dei loro discorsi di vita: la vita che fu e la vita che forse sarebbe stata poco più avanti sulla strada, qualche settimana o mese più avanti.

“Che buffe saremo”, pensava da lì dietro negli attimi di silenzio, “…quando ripenseremo a tutto questo”.

Quel gioco le spingeva a parlare e confidarsi, trincerandosi dietro un’estraneità inventata, un maschera invisibile senza motivo.

Sorrisero. Nel silenzio le ho viste fermarsi al lato della strada, al bordo della notte, sul ciglio di qualcosa ancora da dire.

Proseguirono sedute una accanto all’altra, ma credo seppero parlare meno, per scelta, fuori dal loro gioco.

Massimo

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Legami

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legami

 

Non gli sembrava possibile vederla sfilare davanti a se, lenta e bella come forse non riusciva a ricordarla da un po’.

Lei sentiva il collo strozzare, si era sentita tirare via senza un vero motivo ed in dovere di accelerare il passo, anche se poi la magia del momento aveva fatto si che un attimo dopo fosse più libera, proprio mentre gli era difronte, così lenta da riuscire ad incrociare i suoi occhi, a fissare le sue labbra.

Un bacio veloce, sfruttando la situazione, un sapore che ricordavano perfetto e semplice, una scossa, un brivido feroce.

Uno, solo uno, ma tanto bastò ad innamorarlo ancora, a drogarlo e renderlo instabile, subito dopo, vedendola allontanarsi piano senza che lei potesse avere l’occasione di tornare indietro e fermarsi, dire che no, era soltanto uno scherzo, che non sarebbe andata via di nuovo.

Ma lei non seppe voltarsi e lo lasciò insicuro e pestare i piedi sul posto, senza sapere far nulla, senza prendere una decisione. Si annusò e leccò le labbra nella speranza di sentirsi ancora sfibrato da quel bene assoluto.

Poi proprio quando tutto sembrava andato e nessuna occasione rimasta lei si era voltata a guardarlo. Gli aveva fatto capire capire con un solo sguardo quello lui andava cercando, la conferma che anche lei avrebbe voluto e che era solo la situazione a non permetterlo.

Lui aveva allora sentito spezzarsi dentro qualcosa, sentito come ingestibile la voglia di lei, dei pomeriggi insieme, a passeggiare, delle notti a consumarsi dal bene, ad urlare felici in strada mentre la gente dormiva insoddisfatta.

Se avesse avuto parole le avrebbe urlato dietro, per convincerla, nel dubbio non avesse voluto, nel dubbio non fosse vittima della situazione ma che in qualche modo avesse scelto di andare via. “Vieni qui, ripara il mio cuore, ricuci la mia ferita, la tua stessa, di tanti fa. Torna da me, un bacio ancora, per cominciare, per costruire e poi andare“.

Il guinzaglio la guidava severo più distante da lui.

Due cani, illuminati dalle luci di un negozio di quartiere, dall’intermittenza di una sigaretta nervosa che fumavo immaginando la loro storia, così simile a quella di poco prima, vista là nei corridoi appena fuori dalle banchine del metrò: due compagni di vita, qualche anno sulle spalle, un’emozione purissima di qualche bacio svagato, camminando sferzati dalla corrente che andava infilandosi in galleria, spettinando pensieri, sollevando la serata.

 

Massimo

 

 

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Salire, discendere, capire

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risaia thailandese

Quando si accosciò nell’umido degli steli delle piante del riso, riuscì a sentire perfettamente il rumore di fango annacquato. Il suo piede, sprofondava nel terreno succoso.

La salita dura di un paio d’ore gli aveva sballato il cuore e gli fece sentire il collo turgido e gonfio. Passandosi una mano sul viso madido di sudore rifiatò e si pensò rosso in viso, annusando l’aria rinfrescata dalla pioggia del Monsone.

Dal picco dell’ultima collina spersa fra le montagne mai viste prima sulle carte in distribuzione all’ufficio turistico, sbucava quella risaia verde e prepotente. Si stagliava decisa nel grigio della nebbia che il caldo umido della Thailandia, mescolato alla pioggia, aveva creato. Continua a leggere….

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Tu sei

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lonely lips

Tu sei.

Tu sei la mia barba, il profilo delle mie labbra, disegnato lento dalle tue dita,

la mia voce impacciata che ti chiama Tesoro.

Tu sei le mie mani,

gli occhi grandi che ascoltano le favole, quelli lucidi che comprendono l’emozione del ricordo di mio padre,

un viaggio lontano, Continua a leggere….

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Temporali inconsolabili

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caleidoscopio

E poi prendi l’ultimo metrò, lagnandoti di non essere solo e del rumore delle risate di 4 ragazze feliciNonSoPerché.

L’adduttore del giocatore adduce troppo oppure poco, fatto sta che fa male e…il ghiaccio no, il massaggio no, ATTENTO!

Allora timeOut, timeOut, e t’organizzi in sghimbesci simboli e linee che vanno intrecciandosi rendendo oblunghe, dal dubbio, le facce dei tuoi giocatori. Un pensiero complicato estrinsecato in una sorta i progetto, più un intento và.. Un po come al lavoro : “mi faccia un progetto“, “Si ma…un software che faccia cosa?”, “lei faccia delle ipotesi”. Continua a leggere….

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