Mulu Park

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strada verso mulu

Se vi foste mai chiesti come fosse la terra ai suoi albori sappiate che la risposta neppure troppo celata è qui al Mulu park.

Mulu non è una città, Mulu non esiste.
Una pista di atterraggio che ricorda quelle allestite a Keh San, in Vietnam durante la guerra, si staglia nel verde brillante di una foltissima giungla. Una lingua di asfalto per piloti espertissimi dove piccoli e rumorosi aerei bi-elica fanno manovra per prendere la rincorsa utile al decollo o per invertire la direzione una volta arrivati, per far scendere passeggeri e bagagli. Un’unica sala accoglie zaini e provetti esploratori inclusi, in questo caso, un gruppo di documentaristi inglesi. con al seguito centinaia di kg di attrezzature.
Da li in poi si prosegue solo per il parco: il resto è imperscrutabile vegetazione, canicola, orizzonte tremolante causa calore che risale da terra.
Niente cartelli, niente taxi, niente bus, nessun villaggio, neppure piccolo: solo un’operosa comunità di piccoli e scuri malesi che offre per 5 myr (1 euro circa) il trasporto fino all’ingresso del parco.
Lungo l’improvvisata strada, lungo il falsopiano che serpeggia verso l’ingresso di quello che parrebbe un parco giochi per esploratori si possono trovare alloggi offerti dai pochi abitanti di quelle aree: per lo più palafitte sul fiume che pare prendere aria appena uscito dalla fitta giungla. E’ possibile altrimenti trovare alloggio nei bungalow invero più dotati ma comunque privi di veri comfort, sistemati appena dentro l’ingresso del parco.

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Viaggi: la teoria della grande cacca

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Back home

C’è un esatto momento in ognuno dei miei viaggi itineranti e ci penso proprio ora che dovrei organizzare a meglio il viaggio in Cina, ora che non ho tempo e che sto indietro e mi sento come quanto sei in cassa al supermarket e la cassiera è molto più veloce di te a passarti i prodotti mentre cerchi di imbustarli.

Fra le tappe, nel bel mezzo del tutto, sono spesso sopraffatto dalla smania di andare, di allontanarmi e perdermi, scoprire, mangiare camminare.
Poi tutto d’un tratto comincio a pensare al ritorno e questo accade soprattutto (che mi piace sempre come parola perché ha 4 e mi ricordo pure la voce della maestra che mi rimarcava questo concetto)  quando non ho neanche il biglietto di ritorno quindi 99% se viaggio in moto.
Così mi ritrovo spesso a pensare a tornare ma la malattia mi avvelena ancora e combatto e sento che devo andare ancora e procedo così in un loop infinito. Continua a leggere….

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Parigi

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Così è luglio,  il 14 per la precisione, ed arriviamo a Parigi che ci sembra proprio di prenderla, di conquistarla così come successe anni indietro, lo stesso giorno, alla presa della Bastiglia.

La sensazione è appunto quella di una quiete diffusa come dopo una gran bagarre.
In realtà in mattina c’è stata una parata di commemorazione, che abbiamo perso, e che verrà ricordata come la parata degli errori, delle gaffes tanto per rimanere su termini francofoni: due motociclisti intenti in evoluzioni si centrano in pieno mentre poco dopo la pattuglia acrobatica sbaglia i colori dipingendo nel cielo una bandiera altrui.
Lungo i viali ordinati non c’è traffico né gente che affretta il passo: forse effetto del caldo di un sabato pomeriggio di prima estate, forse effetto del rifiatare annoiati dopo la parata ed in attesa della finale dei campionati mondiali di calcio del giorno dopo.

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Speranze

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hope

Praticamente in tutti i film di guerra della seconda guerra mondiale c’è sempre un momento in cui prevalgono la bellezza e la calma, c’è sempre un momento, infatti, nel quale viene ritrovato un pianoforte ancora intatto e qualche soldato è per caso bravissimo a suonarlo stupendo tutti e calmando i commilitoni senza scrupoli intenti a fumare e bere caffè fumante (in guerra fa sempre freddo?!?!) fra le macerie e le case sventrate, affettate in due verticalmente così che si veda l’interno come se lì dentro prima dell’ultima bomba tutto scorresse normalmente.

Così penso che ci sia speranza, sempre o almeno quasi.
C’è speranza nel campo da pallacanestro prima che inizino ad arrivare tutti, quando ancora le luci sono spente ed in quella penombra ti pare di sentire il rumore che si sarà dopo. C’è speranza nell’ufficio di primo mattino od alla sera tardi quando non c’è nessuno che sbaglia, che chiede, che mi interrompe, che parla senza dare davvero informazioni significative.

C’è speranza nelle chiacchiere a tarda sera, sempre, così come c’è speranza nell’ordine del mio cassetto, nelle forme sinuose delle vaschette del gelato appena pronto, nelle gomme delle moto appena torni da un giro perché sono nere e profumate.
C’è speranza, mi piace pensare ci sia, nel treno che parte in orario, nel fresco del mattino presto presto, nei miei occhi quando arrivo alla stazione, quando qualcuno è gentile e cede il passo, quando qualcuno rispetta la fila, semplicemente fa quel che deve fare, fosse anche uno scontrino uno, dico uno solo, cazzo.

C’è speranza quando trovo un bar che non usa quegli odiosi aromi di arancia nelle varie paste e cornetti, nelle forme delle ciambelle, c’è speranza nel vino appena aperto, nella cucina appena hai spento i fornelli e vorresti che tutto fosse buono. C’è speranza ogni giorno, ogni sera, in ogni mia azione: il problema è che a volte le speranze sono infrante.

Ed allora io spero ancora, comunque: c’è speranza, nella prossima mia riga da scrivere, nel  foglio bianco, nello spazio vuoto del mio hard disk, nell’indicatore della benzina della mia moto quando il serbatoio e pieno ed io guido piano come se dovessi stare attento a non far uscire fuori il carburante.

C’è speranza, ecco, per ora c’è speranza. Non funzionano come vorrei la vita, le giornate, ma almeno c’ho speranza.

Di dimagrire, c’ho speranza di dimagrire, se vogliamo c’ho anche intenzione, tanto per andare fuori tema. Non c ‘ho costanza, ecco. Ma spero di riuscirci, appunto.

Spero che siate arrivati a leggere fin qui.
Lo spero ora, mentre lo scrivo, quindi…c”è speranza, pure adesso.

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La Cina è meno lontana

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La Cina dell’immaginario collettivo è la grande muraglia cinese, è il devoto esercito di terracotta, è l’insieme imperscrutabile delle dinastie dai nomi che se pronunciati sembrano il suono di una molla sgangherata.

La Cina è il paese delle bici, di operai meravigliosamente dediti, dei regimi totalitari, dello spirito di abnegazione, di fabbriche e vecchie stirerie, di caldo e vecchie fumerie d’oppio. La Cina per quasi tutti noi italiani è dei film oppure al massimo quella dei negozi economici qui a Roma, in piazza Vittorio.

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